24/02/15

CON L'APPROVAZIONE DEL "NUOVO MERCATO DEL LAVORO", IL COSIDDETTO JOBS ACT, LA CIVILTA' DEL LAVORO IN ITALIA TORNA INDIETRO DI 100 ANNI!

Con la sciagurata approvazione della nuova legge sul mercato del lavoro, il cosiddetto jobs act, da parte del governo di "destra economica" presieduto dal Sig. Renzi, la civiltà del lavoro, in Italia, con tutte le sue conquiste democratiche, subisce un regresso di almeno 100 anni!
La giornata del 20/02/2015, segnerà una data storica devastante per i diritti democratici di tutte le lavoratrici ed i lavoratori italiani, i quali, a causa di un voto incostituzionale del Parlamento nazionale, hanno perso per sempre il diritto al lavoro, grazie alla "liberalizzazione" dei licenziamenti sancita dall'eliminazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Le risposte delle organizzazioni sindacali, o presunte tali, si sono circoscritte alle sole dichiarazioni di un dissenso di facciata, confermate dalla scioccante volontà di non promuovere delle doverose iniziative di lotta e di mobilitazione generale di tutti i lavoratori.
Il vuoto, di natura epocale, costituito dalla rappresentatività di tutti i lavoratori, ha favorito i disegni eversivi ed antidemocratici del governo Renzi, ed ha fatto andare "in tripudio" tutto il mondo politico-affaristico dell'alta finanza e dei potentati politico-economici, divenuti i dominatori di tutto il territorio italiano.
Il PCL sez. di Ancona rinnova disperatamente l'appello,  per una nuova stagione di lotta e di mobilitazione totale, rammentando gli impegni che il compagno Landini, segretario nazionale della FIOM, aveva assunto all'indomani del primo tentativo del governo Renzi, volto allo "scippo" dell'art. 18 a tutti i lavoratori, rappresentato dalla immediata occupazione di tutte le fabbriche che licenziano!
Se così non fosse, conclude la nota del PCL di Ancona, grazie al grado di subalternità del mondo sindacale a certi "poteri forti" che il Sig. Renzi rappresenta e tutela, si registrerà il dramma incostituzionale e liberticida che l'Italia non sarà, così come sancito dalla Costituzione della Repubblica, uno stato fondato sul lavoro, ma una nazione fondata sulla precarietà e lo sfruttamento!



Partito Comunista dei Lavoratori
sez. di Ancona

18/02/15

CARTIERE MILIANI: I PROCESSI DI “ESTERNALIZZAZIONI” ATTUATI DAL MANAGEMENT DELLA FEDRIGONI GROUP, RAPPRESENTANO IL PREAMBOLO PER LA “CESSIONE” DI TUTTO IL GRUPPO INDUSTRIALE CARTARIO.



Le “operazioni di terziarizzazione” imposte dalla Fedrigoni Group, contro tutti i lavoratori dell’importante realtà industriale cartaria, costituiscono il primo, grave atto per la dismissione di tutto il complesso industriale marchigiano e, non solo, che subirà gravi ripercussioni occupazionali. Il P.C.L. sez. di Ancona, denuncia che l’esternalizzazione dell’impianto SERMAN nello stab. di Fabriano delle Cartiere Miliani è solo il primo atto che, “a cascata” investirà tutti i servizi produttivi dell’impresa fabrianese, contribuendo così ad un selvaggio percorso di precarietà e di riduzione occupazionale dagli esiti davvero preoccupanti. Il silenzio-complice delle R.S.U. delle Miliani, certifica non solo il rinnovato ruolo subalterno del sindacato confederale, nei riguardi della Direzione delle C.M.F. ma, anche il perdurante “sistema di sottogoverno” nella gestione dell’impresa fabrianese che tanto piace a certi “pseudo-sindacalisti”, capaci solamente a “valorizzare” la funzione di commistione con alcune “sedicenti strutture dirigenziali” delle ex Cartiere Miliani. In questo scenario, davvero poco edificante, si inseriscono i gravi problemi che l’azienda cartaria fabrianese ripropone nei suoi assetti societari, causati dalla totale mancanza “di ricambio generazionale” nel management che da quì, a breve, imporranno la progressiva “vendita” di tutto il gruppo industriale.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Parito Comunista dei Lavoratori
                                                                     sez. prov. Ancona                         

13/02/15

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2015 DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 





       Guardiamo in faccia la realtà.
 
Per trent’anni le classi dirigenti d'Europa hanno imposto ovunque enormi sacrifici sociali , con l'argomento che avrebbero garantito un futuro migliore ai “giovani”. E' accaduto l'opposto. Le nuove generazioni sono state condannate al precariato, i loro diritti negati, le loro future pensioni distrutte, mentre capitalisti e banchieri si sono arricchiti per decenni come mai in precedenza.

Oggi, di fronte alla grande crisi del capitalismo , le stesse classi responsabili della bancarotta chiedono alle proprie vittime sacrifici ancor più pesanti, con l'argomento che assicureranno l' “uscita dalla crisi” e il “futuro dell'Europa”. Accade l'opposto. Dopo sette anni la crisi permane , l'Unione Europea delle banche si avvita nella recessione, mentre sprofondano le condizioni di vita dei salariati e di larga parte della popolazione.

La verità è che solo una rivoluzione sociale può fare pulizia. 

Perché solo una rivoluzione sociale può rovesciare la dittatura degli industriali, delle banche, delle compagnie di assicurazione, con quel groviglio inestricabile di sfruttamento, speculazione, corruzione, che domina la vita sociale in ogni suo aspetto , sotto ogni governo, in ogni paese capitalista.


Aderire al PCL significa rafforzare questo lavoro e prospettiva. 

Costruirlo, in ogni lotta, è il nostro impegno. Salvaguardare la sua autonomia, estendere le sue radici sociali, organizzare nelle sue fila i lavoratori e i giovani più coscienti, sviluppare la loro formazione, significa lavorare concretamente per il futuro della rivoluzione. Al fianco dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo, nel lavoro di ricostruzione della Quarta Internazionale.


 
                                                                                                                                                                                   

12/02/15

SOLIDARIETA’ CON I LAVORATORI DELLA SICC JESI



Il Partito Comunista dei Lavoratori sezione provinciale di Ancona sostiene la mobilitazione dei 97 lavoratori della Sicc cucine, ennesima azienda del settore che si appresta ad una imminente cessazione di attività.
Dopo anni di sacrifici da parte dei lavoratori per tenere in piedi l’azienda, sopportando ritardi nel pagamento delle retribuzioni, casse integrazioni varie e contratto di solidarietà, la proprietà aziendale ha annunciato di voler chiudere i battenti dall’oggi al domani, non avendo più alcun sostegno da parte degli istituti di credito.
Ancora una volta sono i lavoratori a pagare gli effetti della crisi del sistema capitalistico, stritolati nella morsa degli interessi speculativi e nei rapporti  avariati tra la borghesia imprenditoriale locale e nazionale e le banche strozzine ormai paragonabili alle peggio associazioni a delinquere attive nel nostro Paese.
 A questo ennesimo “omicidio collettivo”  va contrapposta una mobilitazione di forza e di pare violenza da parte della classe lavoratrice, ormai sfinita e massacrata dai continui attacchi ai diritti acquisiti che di fatto cancellano ogni forma di tutela relegando lo statuto dei lavoratori a semplice carta straccia,con la complicità   anche di quei governi che si sono costruiti il consenso nella società e nei luoghi di lavoro,presentandosi come affidabili amici del popolo.
E’ necessario, e non è più rimandabile, fare un fronte unico di tutte le vertenze sparse nel territorio in una grande mobilitazione generale continua e duratura che punti a ribaltare questo stato di cose che arricchisce sempre di più una parte minoritaria della nostra società ,e impoverisce all’estremo la parte maggioritaria del nostro strato sociale formato da lavoratori del settore pubblico e privato sui quali viene riversato tutto il peso della più dura crisi a sfondo capitalistico degli ultimi settanta anni.
 L’occupazione delle fabbriche che licenziano o delocalizzano , la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori senza indennizzo ai padroni e ai grandi capitali,nuove forme di gestione aziendale e di cooperazione tra i lavoratori e i dipendenti, segna l’unico percorso possibile che possa ribaltare e contrastare  lo sfruttamento e il massacro sociale al quale tutta la classe operaia è ormai sottoposta da troppo tempo: o si instaura un governo dei lavoratori ,o si è destinati a soccombere e a subire per sempre.
Questi sono gli aspetti fondamentali su i quali i lavoratori della SICC di Jesi, come in tutte le situazioni a rischio di licenziamenti collettivi e di massa, dovrebbero basare e costruire la vertenza che possa portarli alla vittoria trascinandosi dietro di se anche futili ed inutili equilibri tra proprietà e sigle sindacali che in nome della vivibilità e della pace nei luoghi di lavoro,hanno abbandonato per sempre ogni forma di  lotta.

                                                                                                             PCL sez. prov. Ancona

10/02/15

A FIANCO DEI LAVORATORI e DELLE LAVORATRICI DELLA GRECIA, CONTRO I LORO STROZZINI L'UNICA SOLUZIONE E' UNA ROTTURA ANTICAPITALISTICA

Testo volantino che verrà distribuito il 14 Febbraio a Roma
ai partecipanti della manifestazione in appoggio al governo greco.


Gli strozzini dei lavoratori, delle lavoratrici e della popolazione greca sono nuovamente al lavoro. Per cinque anni FMI, BCE e Unione degli Stati capitalisti europei hanno imposto al popolo greco sofferenze indicibili attraverso il ricatto dei famigerati memorandum, costringendo la società greca ad una regressione sociale senza paragoni in Europa. I governi greci sono stati gli agenti complici di questa politica di rapina.

Ora gli stessi custodi del capitale finanziario vogliono continuare il saccheggio della Grecia, in perfetta continuità con i cinque anni precedenti.

Ma il 25 Gennaio i lavoratori, le lavoratrici e la popolazione povera della Grecia, dopo anni di mobilitazioni sociali, hanno espresso il proprio orgoglioso rifiuto della rapina. Il voto a Syriza ha espresso la volontà di farla finita col passato e di voltare pagina.

Questa volontà deve essere raccolta e tradotta nell'unico modo possibile: rompendo col capitale finanziario, con la Unione capitalistica degli Stati creditori, con la BCE, con la borghesia greca complice della rapina.

Non vi sono altre soluzioni.

IL BIVIO DI SYRIZA: COMPROMESSO COL CAPITALISMO O ROTTURA COL CAPITALISMO?

Il gruppo dirigente di Syriza, a partire da Alexis Tsipras, si è speso in questi mesi per cercare una soluzione di compromesso con i governi europei e il capitale finanziario. Tutta la sua politica è stata volta a rassicurare l'Europa capitalista circa la propria moderazione e il proprio senso di responsabilità: permanenza nella UE, rinuncia ad ogni annullamento del debito, rinuncia ad ogni nazionalizzazione delle banche, disponibilità negoziale verso i creditori attorno a dilazione dei tempi di pagamento degli interessi sul debito. La stessa richiesta di una sua riduzione è stata abbandonata.

Ma questa ricerca del compromesso è finita in un vicolo cieco. Ed è una seria minaccia alla domanda di svolta che il popolo greco ha espresso il 25 Gennaio.

E' finita in un vicolo cieco: perché i creditori strozzini non intendono fare sconti significativi ai “debitori”. Né la BCE, che deve tenere l'equilibrio interno fra gli interessi dei propri stati azionisti. Né gli Stati nazionali imperialisti di Germania, Francia, Italia, grandi detentori del debito greco, indisponibili a sacrifici di cassa. Gli uni e gli altri politicamente attenti a non creare precedenti pericolosi, alla vigilia del voto spagnolo.

Ma quella ricerca di compromesso è al tempo stesso una minaccia per gli sfruttati . Perché è del tutto evidente, tanto più nelle condizioni date, che qualsiasi eventuale compromesso con gli strozzini del popolo greco non può che comportare contropartite per gli strozzini. Ogni concessione dei creditori richiede “garanzie” da parte dei debitori. E le “garanzie” richieste comporterebbero necessariamente nuove rinunce sociali. Anche la rinuncia, totale o parziale, alle misure immediate di emergenza sociale che Syriza ha promesso ed annunciato.


Il bivio è dunque chiaro e non può essere aggirato: o Syriza rompe con la propria base di massa, condannandosi a un precoce suicidio politico, col rischio oltretutto di regalare spazi alla destra nazista. Oppure rompe col capitale finanziario europeo , con tutti gli strozzini del popolo greco, con lo stesso capitalismo greco, rinunciando al proprio programma di compromesso con i creditori. Non esiste una terza via.

Cercare di guadagnare tempo non è la soluzione: anche perchè il tempo non aiuta come dimostra la fuga dei capitali dalle banche greche e la crescita astronomica dei tassi sui titoli pubblici del Paese.

LE PROPOSTE DEL NOSTRO PARTITO GRECO

Il Partito rivoluzionario dei lavoratori greco (EEK) - sezione del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale - si batte apertamente per la soluzione anti capitalista della crisi greca. Per un programma di misure tanto radicali quanto radicale è il programma di rapina degli strozzini:

Annullamento unilaterale del debito pubblico greco con banche private, stati imperialisti, BCE, FMI: non un soldo deve più finire nelle loro tasche !
Nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e loro unificazione in un'unica banca di Stato: l'unica misura che può contrastare alla radice fuga di capitali e speculazione finanziaria!
Esproprio senza indennizzo dei grandi gruppi capitalistici, a partire dagli armatori, dall'industria alimentare, dall'industria farmaceutica: condizione necessaria per ricostruire l'economia greca secondo i bisogni degli sfruttati !

PER UN GOVERNO SYRIZA/KKE, SU UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA

Solo un governo dei lavoratori può realizzare queste misure. Per questo EEK sta sviluppando una campagna di massa per un governo Syriza/KKE, basato sulle organizzazioni di massa e su un programma anticapitalista.

L'alleanza di governo fra Syriza e il partito xenofobo di Anel è stato un fatto grave. Non è stata imposta dai numeri parlamentari. Era stata annunciata in campagna elettorale. Si è voluto rafforzare il messaggio di compromesso con gli armatori (Kammenos è stato ministro della Marina mercantile nel governo della destra) e soprattutto con l'esercito. Ma così si pregiudica ogni possibile svolta.

Cacciare il ministro della destra; chiedere pubblicamente al KKE stalinista di uscire dal proprio arroccamento burocratico settario e di entrare in un governo di unità anticapitalista, ponendolo di fronte alle sue responsabilità agli occhi della propria base: tutto ciò è possibile. Basta la volontà, innanzitutto di Syriza. Un governo Syriza/KKE per un programma anticapitalista avrebbe i numeri parlamentari necessari. Avrebbe il sostegno entusiasta dei lavoratori, precari, disoccupati che in questi anni si sono battuti nelle strade e sulle piazze di tutta la Grecia. Sarebbe un formidabile aiuto e incoraggiamento alla ribellione anticapitalista delle masse oppresse e sfruttate di tutta Europa.

La costruzione del partito rivoluzionario in Grecia è al servizio della soluzione rivoluzionaria della crisi greca ed europea: nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.


Partito Comunista dei Lavoratori
Sez. italiana del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale

06/02/15

CONTINUA LA GRAVE CONTAMINAZIONE DEL TETRACLOROETILENE NELLA CITTA' DI FABRIANO.

Negli ultimi mesi del 2014, grazie allo stanziamento di circa un milione e duecento mila euro da parte dell'Unione Europea, sono iniziati i presunti lavori di bonifica dell'area contaminata dal tetracloroetilene nei quartieri di Santa Maria e vecchio campo sportivo, della città di Fabriano.
Il Partito Comunista dei Lavoratori, sez. di Ancona, da sempre in prima linea nel denunciare questo vero e proprio attacco compiuto contro uno dei diritti più inalienabili, quale quello della tutela della salute di tutti i cittadini fabrianesi, ribadisce con forza i ritardi, le omissioni ed i veri occultamenti, di cui tutta la città è stata vittima per lunghi decenni.
Il proliferare di terribili patologie tumorali molteplici, di cui tantissimi ignari cittadini sono stati vittime, con un tributo incredibile di morti per quelle cause, evidenziano la drammatica statistica di una delle percentuali più alte in Italia di decessi per cause tumorali.
In presenza di uno scenario così catastrofico, le numerose amm.ni comunali, provinciali e regionali, si sono trincerate nel più vergognoso silenzio, contribuendo così al proliferare di malattie tumorali tra i cittadini fabrianesi.
E' da rilevare, prosegue la nota del PCL sez. di Ancona, che su altre terribili vicende, come ad esempio l'inquinamento avvenuto nella "terra dei fuochi" in Campania, si parlò di possibilità della contaminazione della falda acquifera di quel vasto territorio campano.
Risulta inaudito di come non si dica alla cittadinanza di Fabriano che la loro falda acquifera è contaminata, così come confermato da tutti gli organi statali preposti per la bonifica, da oltre 30 anni, con spaventose conseguenze per i cittadini fabrianesi.
Per tutto ciò, il Partito Comunista dei Lavoratori sez. di Ancona, ritiene le iniziative del Comune di Fabriano del tutto insufficienti: la messa in sicurezza dell'area contaminata non serve a nulla dopo 30 anni circa, se la stessa non è seguita da un vero progetto di bonifica.
Il PCL rinnova inoltre la necessità di un esame epidemiologico su tutti i cittadini residenti nei quartieri fabrianesi esposti a questa vera e propria  catastrofe ambientale.

Fabriano 02/02/2015
Partito Comunista dei Lavoratori
sez. di Ancona

30/01/15

TESTO VOLANTINO DEL MESE DI FEBBRAIO DEL PCL

                        DALLA GRECIA ALL' ITALIA: RIBBELLARSI SI PUO'!!!!

I lavoratori e le lavoratrici, i e le disoccupat@, i settori poveri della popolazione greca si sono ribellati alle politiche di austerità del capitale finanziario! Anni di mobilitazioni contro le poli-tiche dominanti hanno trovato un primo riflesso nelle urne! Il voto a Syriza è stato questo: un voto per la svolta. Ora la lotta dovrà continuare, senza subordinarsi al compromesso col ca-pitale finanziario, come Tsipras persegue. La vittoria del 25 gennaio potrà generare una svol-ta solo rompendo con gli affamatori del popolo greco, tagliando innanzitutto il cappio del debito pubblico (attraverso il suo annullamento), oltre che nazionalizzando le banche. Una rottura col capitalismo greco ed europeo sarebbe uno straordinario esempio per i lavoratori e le lavoratrici, gli sfruttati di tutta Europa. Costruire il partito della rivoluzione anticapitalista è più che mai all'ordine del giorno in Grecia. I nostri compagni greci del Partito operaio rivo-luzionario -(EEK)- da sempre in prima fila nelle lotte- sono impegnati in questa direzione.
La Grecia parla ai lavoratori ed alle lavoratrici del nostro paese. In Italia, a differenza che in Grecia, le sinistre si sono coinvolte nei governi e nelle politiche di austerità (Prodi). E così si sono “suicidate”. Proprio quando è cominciata una grande e lunga crisi, nel 2007/08, si è fa-vorito il disorientamento fra i lavoratori, le lavoratrici e i giovani, spingendo vasti settori di sfruttati ad affidarsi a ciarlatani populisti. O ciarlatani di governo come Renzi, dominato dalla propria ambizione di potere, che distrugge le conquiste storiche dei lavoratori e delle lavora-trici. O ciarlatani reazionari di opposizione, come Grillo e Salvini, impegnati ad abbindolare i lavoratori e le lavoratrici con lo specchietto anti euro: come se il problema fosse la moneta e non quel potere dei capitalisti e dei banchieri che essi vogliono preservare.
Ora il voto della Grecia suona la “sveglia” ai lavoratori ed alle lavoratrici del nostro paese! Lottare si può. Ribellarsi si può. Anche in Italia. Nulla impedisce la ribellione alle politiche di rapina che ci vengono imposte dai custodi del capitalismo italiano ed europeo! Nulla impedi-sce di scrollarsi di dosso i ciarlatani truffatori che speculano sulle guerre fra poveri !
Ma occorre costruire un'altra direzione del movimento operaio.
Le sinistre di casa nostra, già responsabili del disastro, cercano di aggrapparsi al successo di Syriza per ricostruire una sinistra del centrosinistra. Una sinistra più forte, ma per cercare di allearsi col PD di Renzi. E' l'eterno gioco per cui “tutto cambia senza che nulla cambi”.
E' necessario costruire una sinistra vera, che assuma sino in fondo le ragioni del lavoro, che rompa con tutti gli avversari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire da PD; che lotti per ro-vesciare la dittatura del capitalismo e imporre un governo dei lavoratori: l'unico vera alterna-tiva, in Italia, in Grecia, e dovunque.
Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) è impegnato, in ogni lotta, per questa prospettiva.


Partito Comunista dei Lavoratori

22/01/15

TESTO VOLANTINO DEL PCL:ANALISI DELLA SINISTRA IN ITALIA ED IN GRECIA

QUALE SINISTRA  PER COSA? SINISTRA ITALIANA E SINISTRA GRECA

La natura del PD renziano e il suo attacco frontale alle ragioni del lavoro hanno aperto un cantiere politico alla sua sinistra. I lavori in corso sono numerosi, quanto i capo mastri o aspiranti tali. Ma cosa si vuole costruire? Le risposte sono diverse: un altro partito di “vero centrosinistra”, una “sinistra” di un centrosinistra da ricostruire, una sinistra “alla Syriza”... Più chiara è la volontà comune: rifare una sinistra capace di “prendere i voti” e di svolgere un ruolo politico significativo.
L'intento è comprensibile. Lo spazio sociale e politico esiste. Ma la confusione ci pare regni sovrana.
Il vuoto a sinistra che si è prodotto in Italia non ha paragoni in Europa. In nessun paese europeo si registra una crisi tanto profonda della rappresentanza politica del lavoro, quali che siano i suoi caratteri e le sue politiche. E' un caso? No. In nessun altro paese europeo la sinistra si è tanto compromessa, e per tanto tempo, con le politiche antioperaie degli avversari dei lavoratori.
Rifondazione comunista, bacino unitario della sinistra politica per 15 anni, ha partecipato per cinque anni ai governi di centrosinistra o alle loro maggioranze: la prima volta fra il 96/98, la seconda a pieno titolo fra il 2006/2008. Nel primo caso si è compromessa nel votare l'introduzione del lavoro interinale, il varo delle maggiori privatizzazioni di tutta l'Europa continentale, le finanziarie “lacrime e sangue” per “entrare in Europa”. Nel secondo caso si è compromessa, ancor più direttamente, nell'abbassamento delle tasse sui profitti (l'Ires dal 34% al 27%), nella preservazione delle leggi sulla precarizzazione del lavoro, nella continuità delle missioni di guerra.
In entrambi i casi questa politica ha non solo colpito il movimento operaio ma ha contraddetto enormi aspettative e speranze che attorno a quel partito si erano raccolte. Sino a distruggerlo.
Ci pare curioso che di questa tragedia non si sia tratto un bilancio. Ancor più curioso che gli stessi gruppi dirigenti responsabili di quella tragedia si candidino a “ricostruire la sinistra” che hanno distrutto. Senza sentire l'esigenza di farsi da parte. Tanto più che negli anni che hanno seguito il crollo del PRC, i responsabili di quel crollo, diversamente collocati, hanno perpetuato in forme diverse la stessa vocazione politica compromissoria.
I gruppi dirigenti di ciò che resta del PRC, scaricati dal PD, hanno preservato ovunque possibile la coalizione col centrosinistra sul piano locale, in Regioni e città. Il sostegno garantito per 10 anni alla giunta ligure di Burlando, e ai suoi tagli alla sanità pubblica, è emblematico. Cofferati è uscito da un PD ligure sostenuto dai voti del PRC di Ferrero.
I gruppi dirigenti di Sinistra Ecologia Libertà hanno custodito la propria collocazione di sinistra del centrosinistra in tutta Italia. Si sono prima subordinati a Bersani, nonostante il suo sostegno a Monti e alla sua macelleria contro lavoro e pensioni. Poi hanno presentato l'emergente Renzi come “speranza della sinistra” per cercare di conservare l'alleanza. Infine hanno scoperto che Renzi è “la destra” quando sono stati scaricati dal renzismo. Non senza continuare a preservare le alleanze di governo con... “la destra” PD nelle amministrazioni locali di Regioni e Città. Anche in quelle che licenziano i lavoratori e si contrappongono agli stessi sindacati (da Milano a Genova a Roma).
Bene. Qual'è oggi la prospettiva politica che avanzano? Un nuovo centrosinistra. Se le parole hanno un senso una nuova alleanza col PD. O meglio, un qualche accorpamento oggi con la “sinistra del PD” (non è chiaro quale) per poter rilanciare con maggior forza una alleanza col PD domani. ►
Non sappiamo quanto sia realistica questa visione. Ma chiediamo: davvero il futuro della sinistra italiana ha nel governo col PD, prima o poi, il proprio destino? Non è stata sufficiente l'esperienza delle compromissioni di governo già consumate negli ultimi 15 anni, per di più in una situazione e in rapporti di forza assai meno deteriorati?
“Fare una Syriza italiana” sembra essere il mantra più diffuso. Appare ragionevole: una sinistra che prende voti, addirittura vincente, e “contro l'austerità”. Invece si tratta dell'ennesima illusione. Che non solo non chiarisce gli equivoci, ma li ripropone intatti l'uno dopo l'altro.
Innanzitutto chiediamoci: perchè la grande ascesa di Syriza? E' un premio elettorale a “una sinistra unita e poco litigiosa”? No. Syriza è una costellazione di 13 organizzazioni divise su tutto, dentro una sinistra greca anch'essa divisa. Il successo di Syriza è il frutto della grande radicalizzazione di massa dei lavoratori e della gioventù greca contro le politiche dominanti. Questa radicalizzazione ha trovato in Syriza una sinistra non compromessa nelle politiche di austerità (a differenza di quella italiana) e quindi un canale di espressione della propria domanda di svolta. In Italia il riflusso del movimento operaio negli anni della grande crisi è stato innescato dalla concertazione politica e sindacale attorno a Prodi. Ne ha beneficiato il populismo reazionario di Grillo e Salvini da un lato o il populismo bonapartista di Renzi dall'altro. In Grecia l'ascesa di massa contro il governo del PASOK ha trovato una sinistra di opposizione e l'ha usata. Ne ha beneficiato Tsipras.
Ma la risposta che Tsipras dà alla domanda di massa che a lui si rivolge risponde all'esigenza di una svolta vera? La nostra previsione è precisa: no, non risponde a quella esigenza.
Tutto lo sforzo di Tsipras sembra quello di tranquillizzare il capitale finanziario europeo. Nessuna rottura con la UE. Nessuna rottura con la Nato. Nessun annullamento del debito pubblico greco. Nessuna nazionalizzazione delle banche. Salvaguardia dell'apparato dello Stato. La proposta è quella di un compromesso sul debito pubblico che ne riduca il peso e perciò stesso ne garantisca il pagamento. Il Financial Times lo ha definito un programma ragionevole. Ma è possibile realizzare la svolta sociale radicale che il dramma greco richiede rispettando il capitalismo greco e il capitalismo europeo? Una parte di Syriza, in dissenso con Tsipras, ritiene di no. E ha ragione.
Il nodo di fondo, in Grecia come in Italia, resta quello di sempre.
Il capitalismo ha fatto fallimento. Ogni formula di governo che in un modo o nell'altro si rassegni ad amministrare il capitalismo, dentro la prigione della sua crisi, non potrà garantire alcuna reale svolta agli sfruttati, indipendentemente dai voti che prende. E finirà prima o poi col compromettere la stessa sinistra e la sua credibilità. Magari spianando la strada alla destra, anche la più pericolosa.
Restiamo inguaribilmente convinti che l'unica sinistra capace di rispondere alla crisi del capitalismo sia una sinistra classista e rivoluzionaria. Classista perché schierata sempre e comunque dalla parte dei lavoratori contro la classe dominanti, i suoi partiti, i suoi governi. Rivoluzionaria, perché mirata a ricondurre ogni lotta di massa alla prospettiva di un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa.
Costruire in ogni lotta la coscienza della necessità di una rottura anticapitalista è il senso stesso della costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) in Italia, del Partito operaio rivoluzionario (EEK) in Grecia, di una Quarta Internazionale rifondata in Europa e nel mondo.

                                                                                           Partito Comunista dei Lavoratori

16/01/15

VOLANTINO POLITICO DEL MESE DI GENNAIO DEL PCL

                                VOLTARE PAGINA

Il nuovo anno si apre con una sconfitta: l'articolo 18 è abrogato. Il governo e il PD hanno cancellato una conquista strappata con l'autunno caldo (1969). Renzi è riuscito dove aveva fallito Berlusconi. Licenziamenti senza giusta causa, demansionamento e controllo a distan-za, contratti a termine senza causale (Poletti):, è una condizione di lavoro diversa. Ogni “as-sunto” sarà molto più ricattabile. L'estensione ai licenziamenti collettivi peggiora il quadro. Confindustria ha ragione di brindare.
Il successo incoraggia l'arroganza. Colpiti i lavoratori e le lavoratrici del privato, Renzi e-stende l'attacco al pubblico. Il governo infatti procede con la tecnica del carciofo. Prima ha colpito le fabbriche, dicendo ai pubblici che non era il caso di scioperare per loro. Poi indi-rizza il colpo contro i pubblici (con il contratto bloccato da anni), cercando il consenso delle fabbriche contro “i privilegiati”. A tutti vende l'immagine di uomo del fare. Per il quale confe-ziona una riforma elettorale con cui controllare tutte le leve del potere. E' il progetto reazio-nario più pericoloso dal dopoguerra: un bonapartismo confindustriale coi voti del popolo.
 
OCCORRE ALZARE UN ARGINE, COSTRUIRE UNA OPPOSIZIONE VERA.
 
Lo sciopero del 12 dicembre (CGIL e UIL) si è dimostrato insufficiente. Una giornata di lotta “una tantum”, tradizionale, senza piattaforma, senza continuità, senza prospettiva, non pote-va ottenere risultati. Non si può sperare nel dialogo con un governo che vuole lo scontro. Occorre voltare pagina: mettere in campo una forza uguale e contraria, con la volontà di vin-cere. E' necessaria una piattaforma generale unificante, che rivendichi non solo i diritti abro-gati, ma la ripartizione fra tutti/e del lavoro esistente, la cancellazione della precarietà, un ve-ro salario ai ed alle disoccupati/e, il rinnovo dei contratti, un grande piano di nuovo lavoro fi-nanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite. E’ necessaria una forza di massa per imporre questa piattaforma, una mobilitazione prolungata che punti a bloccare il Paese. E’ necessaria un’assemblea nazionale di delegati/e eletti nei luoghi di lavo-ro, che decida piattaforma e forme di lotta, che guidi democraticamente questa battaglia.
Il PCL si batte e si batterà ovunque per questa svolta. Il governo ha vinto una battaglia im-portante, non la guerra. La guerra è la lotta di classe. 16 milioni di lavoratori e lavoratrici di-pendenti sono una enorme forza. Ma sono circondati da avversari. Partiti che rappresentano i capitalisti amici di Renzi. Ciarlatani reazionari (Salvini e Grillo), che inzuppano il pane nella guerra fra poveri a tutto beneficio dei padroni. “Sinistre” che dicono agli operai che non con-tano nulla, e che devono aspettare il capitalismo “sociale e democratico”. Quello che non verrà mai. Occorre dare alla classe lavoratrice un suo partito indipendente, che le dia co-scienza della sua forza, lavori alla sua unità, sia contrapposto al capitalismo, lotti per un go-verno dei lavoratori.
Il PCL è ovunque impegnato a costruire questo partito di classe, anticapitalista e rivoluziona-rio.

Partito Comunista dei Lavoratori

10/01/15

AST – Hanno capitolato i sindacati, non i lavoratori comunicato area"sindacatounaltracosa" opposizione interna cgil

Pubblichiamo un articolo di Paolo Brini (comitato Centrale Fiom-Cgil)

Accordo AST: hanno capitolato i vertici sindacali, non i lavoratori.
“Era il miglior accordo possibile. Di più non era possibile ottenere altrimenti l’azienda avrebbe rotto il tavolo”. Queste parole usate durante le assemblee svolte giovedì 4 dicembre dai rappresentanti di Fim-Fiom-Uilm-Ugl per giustificare l’ipotesi di accordo siglata la sera prima, più di ogni altra sintetizzano il senso dell’esito della vertenza. Pur essendo in presenza di una lotta esemplare e senza precedenti negli ultimi anni da parte dei lavoratori. Nonostante uno sciopero ad oltranza che andava avanti da oltre 35 giorni, si è permesso ancora una volta che a tenere in mano il pallino della partita fosse il padrone perchè terrorizzati che potesse “rompere il tavolo”.
Il risultato di questa paura è stato la firma di un accordo che è nella sostanza quello stesso lodo Guidi respinto due mesi fa con in più un formale quanto aleatorio impegno dell’azienda a tener in vita entrambe le produzioni (caldo e freddo) per 4 anni. Non è di certo un caso se nelle assemblee nessuno davanti ai lavoratori AST si sia azzardato a usare toni trionfalistici ma ci si è limitati ad un più caustico “l’accordo è dignitoso”…e chi conosce il sindacalese sa bene cosa si intende con questo genere di espressioni.
Qualche settimana prima dell’intesa il compagno Landini, segretario della Fiom, aveva perentoriamente e giustamente dichiarato “Non possiamo accettare una piattaforma che prevede licenziamenti e diminuzione dei salari”. Ancora qualche giorno fa, durante l’ultimo Comitato Centrale ad accordo ormai firmato, egli ha ribadito che l’accordo non prevede né esuberi né riduzioni delle retribuzioni.
I testi e i fatti però stanno a dimostrare l’esatto contrario.
Che l’accodo faccia acqua da tutte le parti lo ammettono i sindacati stessi. Neanche 10 giorni dopo la firma, i segretari locali di Fim-Fiom-Uilm sono stati costretti a dichiarare che quello dell’azienda è “complessivamente un atteggiamento di potenziale inadempienza rispetto a quanto discusso e definito in sede ministeriale” (Umbria24 del 11/12/2014).
Una volta ottenuto il suo obbiettivo principale, cioè la fine dello sciopero a oltranza, l’azienda ha da subito iniziato a fare quello che ha voluto. Ma da un padrone che ha più volte dimostrato di non avere scrupoli cosa altro ci si poteva aspettare in queste circostanze? Per questo i vertici sindacali hanno responsabilità ancora più gravi sia per aver accettato questo accordo e sia per aver posto fine alla lotta.
Esuberi e riduzione del salario
L’accordo siglato al ministero prevede una mobilità su base volontaria per 140 lavoratori, che sommati ai 150 che già avevano accettato l’incentivo all’esodo aziendale fanno un totale di 290 posti di lavoro in meno. Questo numero è esattamente identico a quello proposto nel lodo Guidi  che all’epoca venne respinto dai sindacati perché, si diceva, con 290 lavoratori in meno di fatto l’azienda avrebbe iniziato un percorso inesorabile verso la dismissione. Verrebbe da chiedersi come mai il 3 dicembre si è accettato quello che si è rifiutato l’8 ottobre.
Ma la beffa è ancora più grande se si tiene presente che ad oggi il numero di coloro che se ne sono andati è arrivato attorno ai 400. Infatti al momento del referendum si è constatato che il numero dei dipendenti AST era già sceso sotto ai 2400 soglia ritenuta minima ed invalicabile che i vertici aziendali avevano garantito non voler ulteriormente ridurre. Al 16 dicembre si contavano 2389 dipendenti. Oggi sono ancora meno e la tendenza è a diminuire ancora. Come tutto ciò sia possibile lo racconta candidamente il responsabile del personale AST, Arturo Ferrucci, confermando in data 11 dicembre che il programma di uscita incentivato (che è altra cosa dalla mobilità siglata in sede ministeriale e che ovviamente è gestito interamente ed unilateralmente dall’azienda) resterà aperto fino al 3 aprile 2015. In queste condizioni non è un caso che su una delle due linee a caldo i turni siano stati ridotti da 21 a 15. Il paradosso è che fu proprio l’opposizione degli operai a questa riduzione di turni che diede inizio ai 35 giorni di sciopero ad oltranza.  A ottobre questo provvedimento aziendale era ritenuto giustamente l’anticamera della chiusura delle lavorazione a caldo e quindi l’inizio della fine dello stabilimento, perché oggi non più?
Sul versante salariale poi, la questione ha assunto dinamiche a dir poco grottesche. Come si possa sostenere che i livelli retributivi non sono stati toccati quando l’accordo prevede una riduzione dei costi per la contrattazione aziendale dai 17 milioni di euro precedenti a circa 8,2 milioni attuali è un mistero. Cosa invece l’azienda intenda, lo ha prontamente chiarito. Infatti da un lato sono spariti dal salario aziendale sia le voci PRA (parte consolidata) che PPS (parte variabile) con una perdita trimestrale che va dai 180 ai 300 euro a testa per lavoratore. In più sono sparite anche le quote di salario fisso legate alla professionalità (il cosiddetto “0,5”). In tutto questo il paradosso è che i vertici sindacali si stanno lamentando pubblicamente di come l’azienda non stia mantenendo la promessa fatta sul tavolo ministeriale di riconoscere ai lavoratori almeno i 180 euro del premio. Peccato che questa “promessa” sia stata fatta solo verbalmente. C’è bisogno di scomodare i latini per ricordare che “verba volant”? L’azienda ha provveduto a ribadire che quei soldi erano parte di un accordo “vecchio e ormai disdettato” . Dal suo punto di vista in effetti non fa una piega. Viene piuttosto da chiedersi da quando in qua un sindacato accetta come valide le promesse dei padroni senza metterle per iscritto. Se si pensa che sul salario questo sia tutto e che almeno il “vecchio” premio di 723 euro erogato a luglio di ogni anno resti invariato, fisso e sicuro, ci si sbaglia di grosso. L’azienda precisa prontamente che “il nuovo accordo prevede il pagamento, a luglio 2015, di una somma tutta da definire” (Umbria24 13/12/2014). In effetti, se si legge con attenzione il testo siglato il 3 dicembre in merito, si noterà che quello che prima era un “Premio di Produzione” ora è stato trasformato in un “Premio di Produttività”. In sindacalese purtroppo i termini sono molto importanti e soprattutto non sempre sono sinonimo, anzi quasi mai.
Abbandono di precari e lavoratori delle ditte esterne
Un altro punto grave dell’intesa è la totale rinuncia a qualsiasi accordo di salvaguardia per i lavoratori delle ditte esterne. Il testo si limita infatti a trascrivere quanto previsto dal CCNL metalmeccanici, il quale al di là di impegni verbali e buoni propositi non garantisce nulla ai dipendenti delle ditte appaltatrici.
Fin da principio la lotta per la difesa delle acciaierie di Terni è stata portata avanti fianco a fianco dai dipendenti AST e dai dipendenti delle 26 ditte esterne operanti nel sito. Durante ogni fase i vertici sindacali hanno garantito che la vertenza sarebbe stata una sola e unica per tutti. Alla fine invece le cose sono andate in maniera diametralmente opposta. Il mancato inserimento della clausola di salvaguardia avrà ora delle conseguenze drammatiche per quei lavoratori. Thyssen ha già avviato trattative al ribasso con ciascuna ditta esterna per ottenere una riduzione dei costi di almeno il 20% a partire da settembre 2015. Ciò significherà senza dubbio ricatti, perdita di posti di lavoro nonché un pericolo enorme di infiltrazione di ditte legate alla malavita organizzata. Non è un caso se tra i 1200 dipendenti degli appalti, ad un referendum che per loro aveva valore solo “consultivo” (aggiungendo così al danno la beffa), si sono presentati al voto solo in 173, ovvero il 15%…e Cgil-Cisl-Uil locali hanno anche avuto il coraggio di esprimere “soddisfazione per quello che è un percorso nuovo” (Umbria24 19/12/2014).
Anche per tempi determinati e apprendisti non vi è nulla di certo. Il testo si limita laconicamente a scrivere che essi “non sono considerati ai fini della determinazione dell’esubero strutturale dell’azienda”. Decisamente troppo vago per essere una rassicurazione di rinnovo dei loro contratti.
Quali garanzie di investimenti?
Il grande fumo negli occhi di questo accordo sarebbero le garanzie avanzate dall’azienda di conservare il sito produttivo di Terni e anzi di rilanciarlo. In realtà l’impegno da parte aziendale di investire in 4 anni circa 130 milioni di euro complessivi risulta davvero uno specchietto per le allodole. Non solo perché non vi è alcun dettaglio su come verranno spesi questi soldi, ma soprattutto perché questa cifra è palesemente insufficiente. Chiunque sia nel settore sa che quelle cifre bastano a malapena per la gestione ordinaria dell’impianto e che la mole di denaro necessaria per fare davvero investimenti di rilancio è ben altra. È la stessa storia di Terni a dimostrarlo. Quando nel 2004 si dismise la lavorazione del magnetico, per rilanciare lo stabilimento furono spesi almeno 600 milioni di euro. Non solo. Sul capo della AST pende ora la spada di Damocle di una indagine per disastro ambientale che se confermata, come tutti i rilevamenti dimostrano, dovrebbe portare l’azienda a impiegare quantità enormi di denaro per rimediare ad una situazione che se non è paragonabile a quello dell’ILVA a Taranto poco ci manca.
Infine, la domanda più banale ed elementare che sorge spontanea è la seguente: come si può pensare di rilanciare uno stabilimento nel quale si sta accettando di allontanare ben 400 dipendenti senza avere alcuna intenzione di rimpiazzarli?
Non è certo un caso se la rete commerciale del sito ternano verrà gestita direttamente dalla sede tedesca e se si è avviata una diaspora di dirigenti aziendali culminata con le dimissioni di Luca Italia che nella struttura commerciale di AST era una figura chiave. Come si può pensare davvero, in una logica capitalista, di rilanciare l’acciaieria umbra senza una vera struttura commerciale? Semplicemente non si può. Punto e basta.
Se tutto questo non bastasse a gettare ancora più benzina sul fuoco sono arrivate le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Thyssen, Heinrich Hiesinger. Non più tardi del 22 novembre, sul giornale Suddeutsche Zeitung, l’AD ha affermato che “il gruppo acciaio Thyssen non esiste più” avanzando la possibilità concreta che il gruppo ceda il settore siderurgico al migliore offerente con conseguenze così preoccupanti per tutti i dipendenti che pure gli operai tedeschi del sito di Duisburg sono scesi in sciopero!
Come non tener conto di tutto questo in una trattativa che si è chiusa due settimane più tardi? Come poter credere alle promesse ed alle favole di un’azienda che ha dimostrato in ogni momento di non essere minimamente interessata alla produzione o al destino dei lavoratori ma solo ai propri profitti?
Quale alternativa?
Dopo questa lunga analisi non possiamo che ritenere francamente fuori luogo i toni trionfalistici usati dalla Fiom per descrivere questo accordo. Per affermare la bontà dell’accordo si sbandiera l’esito del referendum che ha visto al voto l’80% dei dipendenti AST e una vittoria schiacciante dei “sì”. Pur rispettando e riconoscendo l’esito della consultazione, ci permettiamo di far rilevare che quando si è chiamati a scegliere tra un accordo per 290 esuberi “volontari” e un non accordo per 550 esuberi imposti dall’azienda è facile prevedere l’esito della consultazione. Il peso del ricatto e della pressione aziendale, una volta terminato lo sciopero, ha fatto il resto.
Non possiamo nemmeno accettare che ci si dica che criticare questa intesa significa mancare di rispetto alla dura lotta dei lavoratori della Thyssen. Sostenere queste argomentazioni è non solo strumentale ma fuorviante. In questo modo semplicemente si vuol rifiutare di discutere del merito. É proprio perchè riteniamo la lotta degli operai ternani meravigliosa ed esemplare che critichiamo questo accordo. Tanto eroismo e tanto coraggio meritava una conclusione ben migliore di questa!
A meno che non ci si dica appunto, come detto ai lavoratori in assemblea, che non era possibile ottenere di più. Allora si pone la questione di fondo di tutta la vertenza. C’erano alternative a un accordo che ha avuto come unico effetto quello di fiaccare il fronte di lotta operaio?
La risposta che fin dall’inizio abbiamo provato a dare è che sì, un’alternativa, una sola, c’era eccome. Quella di occupare davvero la fabbrica (perché al contrario di quello che pensa il compagno Landini, occupare è ben diverso che presidiare ad oltranza i cancelli dall’esterno). Usare l’autogestione come forma di lotta volta a dimostrare che gli operai non hanno bisogno del padrone per mandare avanti una fabbrica. Rivendicarne l’esproprio senza indennizzo e la nazionalizzazione sotto controllo operaio.
Più volte ci è stato detto che siamo dei sognatori, che tutto questo non sarebbe stato possibile. Alcuni avanzando argomentazioni “tecniche” perchè occupare avrebbe posto il problema della sicurezza e salvaguardia degli impianti. Altri avanzando la sempre verde tesi, dall’alto della propria saccenteria, che gli operai non sarebbero stati in grado di occupare la fabbrica perchè troppo immaturi politicamente. A queste argomentazioni, prima che nel merito, rispondiamo dicendo che è davvero mancanza di rispetto verso i lavoratori nascondere se stessi e le proprie paure dietro ai presunti limiti della classe operaia.
Da un punto di vista tecnico, sono 130 anni che i lavoratori di Terni mandano avanti l’acciaieria, affrontando e risolvendo anche i problemi della sicurezza. Se la fabbrica fosse stata occupata, i lavoratori avrebbero semplicemente continuato a fare quello che hanno sempre fatto da un secolo a questa parte.
Da un punto di vista del livello dello scontro, come si può pensare davvero che lavoratori che hanno avuto il coraggio di sequestrare per 16 ore l’AD Lucia Morselli nel suo ufficio e di scioperare ad oltranza per oltre un mese non avessero la coscienza o il coraggio per occupare la fabbrica? Se vogliamo essere davvero sinceri, oltre ad ammettere che in maniera neanche troppo sotterranea questa discussione è stata ben presente tra gli operai, l’ora X per occupare, l’occasione per prendere lo stabilimento c’è stata eccome. Quando? La notte del 11 novembre quando dopo l’ennesimo incontro andato a vuoto al MISE, duemila operai si sono riversati su viale Brin dando fuoco a portinerie e scatenando una rivolta senza precedenti. Sarebbe stato sufficiente che un dirigente della Fiom con un minimo di autorevolezza ai loro occhi intervenisse per dire di occupare, e oggi saremmo di fronte ad un altro scenario. Certo anche la Fiom avrebbe dovuto assumersi la responsabilità politica di questa azione. Non avrebbe potuto e dovuto sottrarsi a un tale compito, altrimenti a cosa serve un sindacato di classe?
Il punto è che invece i vertici sindacali hanno sempre voluto rifuggire questa discussione. Piuttosto che parlare di occupare la fabbrica, il 12 novembre si è persino preferito portare i lavoratori ad occupare la A1!
Inutile dire che la AST occupata, nel momento in cui si stavano svolgendo le lotte contro il jobs act, avrebbe cambiato letteralmente i rapporti di forza a livello generale e Terni sarebbe diventato il punto di riferimento ed il modello per tutti i lavoratori in lotta.
Certo, questo sviluppo avrebbe avuto anche un significato politico ben preciso. Occupare la fabbrica avrebbe significato mettere in discussione la proprietà privata. Avrebbe cioè messo in discussione chi comanda in fabbrica e quindi avrebbe portato, su un piano generale, a mettere in discussione chi comanda nella società. Se i padroni o gli operai. Ma proprio questo è il senso vero anche di questa battaglia. Con l’attuale livello di crisi le contraddizioni sociali, politiche ed economiche sono tali che ad ogni vertenza il movimento operaio si trova davanti ad un bivio. O si mettono in discussione le regole del gioco e quindi il mercato e la proprietà privata o si capitola alla volontà del padrone.
Ci auguriamo che la lotta degli operai di Terni rappresenti un patrimonio e una lezione preziosa per tutti e che tutti traggano le necessarie conclusioni dal suo epilogo, soprattutto in Fiom. Per parte nostra non possiamo che ringraziare dal profondo questi lavoratori per la quantità innumerevole di cose che ci hanno insegnato con il loro esempio.