05/03/12

Urbino: gli studenti a difesa dello spazio comune dell'aula c1


I primi mesi dell’anno, nella città di Urbino, hanno dimostrato, ancora una volta, innanzitutto che la lotta paga, e, secondariamente, che questa è una cosa che fa paura e viene per questo combattuta con mezzi infami. Ma andiamo con ordine. Negli ultimi giorni di gennaio il Collettivo C1Autogestita/Studenti in Movimento, il Collettivo Drude e l’Associazione Fuoricorso hanno mobilitato studenti e studentesse urbinati in un Presidio permanente per rivendicare che l’aula studio all’interno dell’ex Casa dello Studente (oggi Collegio Internazionale) tornasse a disposizione degli universitari nella sua antica funzione. Dopo giorni di occupazione, dimostrazioni, iniziative che hanno tentato di coinvolgere l’intera città, l’aula studio è stata riaperta, a dimostrazione che solo la giusta lotta permette di ottenere qualcosa (seppur briciole in confronto a ciò che spetterebbe agli studenti di uno degli atenei fra i più cari d’Italia, il quale sfora il limite di legge imposto alla contribuzione studentesca non di poco: nel 2009 al 38% del Fondo di finanziamento ordinario, a fronte di una soglia massima del 20%).
In una città universitaria in cui gli spazi a disposizione degli studenti e a tutela del diritto allo studio si contano sulle dita di una mano, l’aula studio si andava ad aggiungere ad un altro luogo simbolo della lotta studentesca degli ultimi anni: l’aula C1 del polo Volponi (ex facoltà di Magistero). Tale aula era dal 2008, dalle grande mobilitazioni anti-Gelmini, luogo motore delle lotte studentesche e generatore di ogni sorta di iniziativa: politica, sociale, culturale, di formazione ed informazione libera, di associazione, ecc. L’aula, autogestita ed aperta a chiunque volesse essere partecipe delle varie attività di promozione di un pensiero non soggiogato alle logiche del potere, è stato vero e proprio punto di riferimento per le lotte e per il confronto degli studenti e delle studentesse di Urbino, non solo universitari: anche studenti delle scuole superiori utilizzavano l’aula come luogo di incontro, di studio e di partecipazione politica.
Nelle prime settimane di Febbraio, Urbino è uno dei luoghi più colpiti d’Italia dall’emergenza meteo: la città ducale deve fronteggiare fino a 310 cm di neve con situazioni drammatiche di isolamento, crolli e black-out. In tutto questo gli studenti e le studentesse della C1, su iniziativa in particolare dei ragazzi dell’Assemblea Permanente, decidono di andare incontro a quella città con la quale i rapporti sono da sempre di amore-odio ed imbracciano i badili per liberare case e strade bloccate. In quegli stessi giorni il Rettore Stefano Pivato invia un comunicato in cui dispone che, in virtù dell’inagibilità di alcune strutture dell’Ateneo causa neve, “con effetto immediato, l’aula C1 fosse adibita allo svolgimento delle funzioni didattiche (…) Anche mediante, se necessario, il coinvolgimento delle forze dell’ordine competenti”. In risposta viene pubblicata su facebook una frase volontariamente provocatoria (con chiaro riferimento alle attività contingenti degli studenti impegnati in quei giorni a liberare la città dalla coltre di neve) e, altrettanto volontariamente, utilizzata pretestuosamente: dal Rettore per mettere in pratica una delle azioni più meschine possibili all’interno di un’Università e dalla stampa per sparare quanto più fango si potesse su quei ragazzi che sarebbero dovuti essere azzittiti per non continuare a dimostrare cosa è possibile ottenere lottando per rivendicare il proprio diritto alla dignità. La frase incriminata: “Lui approfitta dell'emergenza, noi lo aspetteremo con i badili in mano”; l’azione infame: la chiusura dell’aula mediante lucchetti alle porte, lo svuotamento, nottetempo, di tutto il materiale accumulato in anni di autogestione (libri, poster, riviste, volantini, mobilio…) e il presidio delle forze dell’ordine. In una lettera aperta di alcuni Professori dell’Ateneo, in risposta anche a quella di qualche giorno prima di solidarietà al Rettore da parte dei Presidi di Facoltà “per le ingiustificate azioni di violenza verbale che Ti sono giunte da un esiguo gruppo di studenti”, viene riconosciuta la gravità e la sproporzione di un gesto altamente significativo nella sua spregevolezza. I Professori firmatari della suddetta lettera ricordano come questa sia la prima volta nella storia dell’Ateneo in cui si siano chiamate le forze dell’ordine: “Carlo Bo non lo ha mai fatto nemmeno in pieno 68”. Oltretutto gli studenti si erano resi disponibili a cedere la C1 a fronte di reali esigenze determinate dall’inagibilità temporanea delle strutture universitarie, ma è palese la non reale necessità dell’aula in questione per le attività didattiche visto che l’inizio di queste ultime è stato rimandato al 12 Marzo (lo sgombero è avvenuto la notte fra domenica 19 e lunedì 20 Febbraio). Da ciò emerge chiaramente che l’apertura alla trattativa sbandierata dalle gerarchie universitarie è una pura facciata, in una situazione in cui, comunque, una trattativa non sarebbe potuta essere possibile perché avrebbe significato cedere. Non c’era e non c’è nulla da trattare: gli studenti hanno diritto ad avere uno spazio autogestito di confronto e di promozione del libero pensiero, di fronte ad un rifiuto in tal senso nulla può essere ceduto. A questo Rettore & co. (company nella quale, altro aspetto stomachevole e disgustoso, ma non così inaspettato, trova posto anche buona parte dei “Rappresentanti del Rettore presso gli Studenti”, come ribattezzati dall’Assemblea Permanente) hanno pronta una risposta, che viene resa nota sul sito di ateneo in cui viene esplicitata l’intenzione di offrire una nuova aula:
“Il provvedimento dell’Ateneo è giustificato dalla necessità di procedere alla razionalizzazione degli spazi e alla volontà di effettuare risparmi sugli affitti che gravano sul bilancio e pesano negativamente sulle valutazioni del MIUR. L’aula C1, in quanto “occupata”, comportava oneri e spese gravanti sui contribuenti e, nel caso specifico, sulle tasse degli studenti di Urbino”.
Non si capisce come possa gravare economicamente l’occupazione di un’aula in una struttura in cui durante tutto l’anno accademico gran parte delle aule è vuota; inoltre questa grande attenzione verso le tasche dei contribuenti mal si concilia con le decine di agenti arrivati a presidiare l’aula C1 su precisa richiesta dell’Università. Sono gli stessi Massimo Zeloni (comandante della Polizia di Urbino) e Italo D’Angelo (questore di Pesaro) a sembrare un po’ perplessi per la situazione (e già questo è tutto un dire, infatti successivamente correggeranno il tiro) dichiarando, rispettivamente, che “la situazione della C1 non è una minaccia all’ordine pubblico” e che “i ragazzi sono stati collaborativi, a parte forse una sola eccezione. Io li ho anche incontrati nel mio ufficio e ho parlato con loro perché mi trovavo a Urbino. Gli ho chiesto ‘Che succede?’ e mi hanno esposto le loro ragioni con grande compostezza”. Il questore, in merito allo sgombero, aggiunge: “Mi sono incontrato con il rettore e gli ho chiesto ‘Era opportuno?’ E’ stato un atto forte da parte sua quello di portare fuori tutte le cose e richiedere il nostro intervento . Ma noi non interveniamo nel merito dell’utilizzo dell’aula, perché il ‘dominus’ dell’Università è lui. E solo lui può prendere la decisione di contattare la Questura”. Un’ulteriore contraddizione emerge da un altro punto del comunicato pubblicato sul sito, il quale esplicita inoltre il vero punto della questione: il problema è la presenza di soggetti che, smarcandosi dall’imposizione dell’ideologia dominante, mettono quest’ultima in pericolo instillando la voglia di pensare criticamente e liberamente; si legge infatti: “Nel mettere a disposizione delle associazioni studentesche una nuova aula, l’Ateneo ribadisce la volontà di offrire a “tutte” le rappresentanze e non a una minoranza, uno spazio autogestito. In particolare si ritiene auspicabile che – in base a un elementare principio di democrazia – nella nuova aula trovino spazio (contrariamente a quanto avviene attualmente) anche gli studenti eletti nei vari organi istituzionali dell’Ateneo (Senato accademico, CdA)”.
Quello che l’Ateneo dice di voler offrire è quello che l’Ateneo ha sottratto militarmente!
Mentre quello che l’Ateneo realmente vorrebbe, al limite, concedere è un luogo non autogestito dagli studenti e dalle associazioni che vogliono farne parte, ma regolamentato e gestito da chi meglio possa garantire che il pensiero che ivi venga portato avanti sia quello che più si conforma alle logiche gerarchiche e di potere. In un comunicato dell’ufficio di presidenza del consiglio degli studenti dell’università, in cui vengono rivendicati luoghi di espressione e confronto, viene espressa l’intenzione di richiedere all’Ersu e al Comune l’apertura di aree gestitite con regole democratiche, nelle quali possano partecipare tutte le associazioni e ogni studente e nel quale lo stesso Ufficio di Presidenza si pone come garante di un percorso che arrivi alla creazione di un regolamento per la gestione democratica degli spazi collettivi: “Non scatole simboliche in cui si segua una linea e si pratichi il conflitto per il conflitto. La baruffa non serve a nessuno, mentre la cooperazione, invece, permette la crescita individuale e sociale”. In tale comunicato l’esortazione è: “Giù dalle barricate!”, ma gli studenti e le studentesse che in questi anni hanno animato l’attività politica all’interno dell’Università non ci stanno, e da giorni su quelle barricate ci stanno per riappropriarsi di uno spazio libero ed autogestito in cui portare avanti le vecchie e nuove lotte davanti alle quali ci pone la gestione capitalista della società. Su quelle stesse barricate il Partito Comunista dei Lavoratori incontra gli studenti e le studentesse di Urbino, solidarizzando con la lotta senza compromessi per la rivendicazione della C1.

Eleonora Palma
Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione di Pesaro


04/03/12

I MUSCOLI DI MONTI

Mario Monti ha assunto il progetto Tav in Val di Susa come simbolo del proprio governo: non solo della propria credibilità di garante degli immensi interessi coinvolti nell'opera, ma anche della propria forza d'ordine nella gestione delle piazze.

La difesa del progetto Tav nel nome dell'” interesse generale delle generazioni future” è un manifesto di ipocrisia. E' il solito motivetto ideologico con cui da vent'anni si tagliano pensioni, si precarizza il lavoro, si distruggono diritti. Chi non ha niente da offrire ma solo da togliere ai vivi, vuole far credere loro di lavorare per la storia . E se i vivi non abboccano, è pronto il manganello. Questa è la sostanza. E ha molto poco di “tecnico”: ha molto a che vedere invece con il mandato imperativo di banche, industriali, costruttori. La questione Tav è solo una insegna: non dell'”antagonismo”, se non di riflesso, ma del governo.

Non si ricorda peraltro una seduta straordinaria di governo interamente dedicata alla gestione minacciosa della piazza, se non ai tempi di Scelba. Ci voleva un governo “tecnico” per restaurare la peggiore tradizione politica reazionaria?
Ma un governo che sceglie quel terreno di confronto sceglie perciò stesso di politicizzarlo al livello più alto. E allora c'è bisogno di una risposta di massa più generale che riconduca le ragioni No Tav ad un programma anticapitalista e ad una mobilitazione straordinaria di tutti gli sfruttati.

I No Tav non possono vincere da soli. Né solamente in virtù di una solidarietà nazionale alla loro lotta, che pur è prioritaria e urgente. Possono vincere se confluiranno in una rivolta popolare e di classe contro il governo, i poteri che lo sostengono, i partiti che l'appoggiano: una rivolta che ribalti i rapporti di forza complessivi e apra dal basso uno scenario nuovo. Ma questa rivolta richiede una bandiera più larga della Val di Susa: una bandiera che rivendichi il blocco dei licenziamenti, la ripartizione fra tutti del lavoro, un salario sociale vero per i disoccupati, un grande piano di opere sociali - finanziato dalla tassazione delle grandi ricchezze a dal ripudio del debito verso le banche- che assorba al suo interno le stesse domande No Tav. Le decine di miliardi previsti per la TAV vengano investiti nella bonifica dall'amianto, nei treni pendolari, nella ricostruzione del sistema sanitario, nell'istruzione pubblica.., invece che infilati nelle tasche di banchieri, costruttori, imprese mafiose per avvelenare una valle!

Così formulata, questa rivendicazione può essere un ponte prezioso gettato verso la classe operaia, verso l'enorme massa dei lavoratori precari, verso i disoccupati: per chiedere che sia il mondo del lavoro e le sue organizzazioni a unificare e dirigere il fronte di massa attorno a un comune programma di lotta, che faccia proprie le ragioni di tutti gli oppressi.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, impegnato ovunque nelle mobilitazioni No Tav, porterà questa rivendicazione di fronte unico anticapitalista nello sciopero generale della Fiom del 9 Marzo e nella manifestazione nazionale di Roma.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

02/03/12

Piccolo omaggio a Lucio Dalla


Un piccolo tributo di Marche Rosse a Lucio Dalla. Grandissimo artista, poeta, musicista. Seppur a volte un po' lontano dalle nostre idee, ne apprezzeremo sempre la sensibilità verso gli ultimi, i diversi, e l'amore per la libertà. Questo è un bellissimo pezzo, intitolato "comunista", sui comunisti ed i sindacalisti "di una volta".

Ardo: un passato cupo ed un futuro tragico


COMUNICATO STAMPA:
Il convegno a Fabriano sul futuro dell’Ardo dello scorso 26 gennaio conferma la drammatica situazione nella quale versa l’azienda, prospettando un futuro atastrofico per i circa 2500 lavoratori. Il processo di chiusura appare infatti incombente e rappresenta l’ennesimo colpo mortale al tessuto economico-sociale del territorio.

Il progetto della “nuova proprietà” Porcarelli, appendice dei poteri forti fabrianesi, acuisce la guerra tra poveri: da una parte i pochi “eletti” (circa 350) richiamati dalla nuova proprietà, dall’altra tutti gli altri dipendenti che di fatto hanno perso il proprio posto di lavoro. Questo fantomatico progetto di rilancio, parte tra l’altro già paralizzato dalle richieste dei creditori, tra i quali il Monte dei Paschi di Siena, che pone tutti i lavoratori ARDO nella stessa terribile situazione.

Altra questione in sospeso sono le gravi inadempienze di natura ecologico-ambientale da parte dell’ARDO nei confronti di tutti i lavoratori, denunciata dalla rappresentante di uno studio legale umbro intervenuta. L’Ardo avrebbe infatti permesso l’utilizzo di rilevanti quantitativi di amianto che hanno messo a repentaglio la salute di tutti i dipendenti e, forse, anche dei cittadini residenti nelle aree limitrofe i siti produttivi.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, da lunghi anni, evidenzia le gravi responsabilità soggettive del grande capitale e del mondo politico e sindacale nella crisi di tutto il distretto industriale cittadino, che ha prodotto, e produrrà ancora, migliaia di licenziamenti. Inoltre abbiamo sempre denunciato i gli scempi compiuti da certi poteri forti contro la salute e l’ambiente, a discapito del diritto alla salute di tutti i cittadini fabrianesi. La classe politica locale e il padronato hanno sempre cercato di occultare queste vicende. Basti ricordare la vergognosa contaminazione da tetracloroetilene nel quartiere S. Maria di Fabriano, per la quale l’Unione Europea ha stanziato un milione di euro per la bonifica dell’area inquinata: non si è mai voluto procedere a un doveroso esame epidemiologico sulla popolazione residente in quel quartiere che sembrerebbe interessata da una percentuale di decessi per patologie tumorali molto più grande della media italiana.

Per queste ragioni il PCL continua a proporre la nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo operaio, dell’Antonio Merloni, per un reale piano di rilancio e riconversione industriale a favore della collettività, non di ricchi industriali, banche e speculatori.

Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione di Ancona
Nucleo Montano

28/02/12

NO TAV: contro la repressione del governo Monti, tutti in piazza!

Annunciato da mesi dalle sirene della provocazione di stato come inevitabile, come scientemente ricercato dalle frange violente dei NO TAV, infine il ferito grave è arrivato. Il problema è che non proviene dalle fila dei centurioni in assetto da guerra che da anni aggrediscono la valle per assicurare ad un pugno di industriali e banchieri lauti guadagni; la vittima in questione è uno dei nostri, uno dei compagni più attivi nel movimento, è Luca Abbà, uno che aveva ben compreso quale parte della barricata difendere. Oggi all'alba cominciavano le operazioni di esproprio dei terreni privati per allargare il perimetro del cantiere e puntuali come sempre, i NO TAV si mobilitavano per disturbare ed impedire la distruzione della valle. Luca si arrampicava su un traliccio dell'alta tensione, a 10-15 metri di altezza; da lì, in diretta su RADIO BLACK OUT, contattato attraverso il telefonino, lo si sente distintamente urlare che sarebbe stato pronto, come estremo gesto di difesa, ad aggrapparsi con le mani ai fili dell'alta tensione, nel tentativo di far desistere la sbirraglia accorsa sul luogo per farlo scendere. Pochi minuti dopo, coi cani blu impegnati ad arrampicarsi sbraitando sino a Luca, la tragedia (attualmente è in coma).Ora i politicanti e i mass media, i questori e i prefetti, gli operosi magistrati infami come Caselli, ci martelleranno per settimane cercando di convincerci che si è trattato di una fatalità, come hanno sempre fatto, prima e dopo Pinelli volato giù dal terzo piano della questura di Milano. No, questo è un tentato omicidio, più precisamente un tentato omicidio di stato, per il quale nessuno pagherà. E mentre i lavori proseguono passando letteralmente sulle nostre vite, c'è chi all'interno del movimento vuole fare la lezioncina da anima bella, biasimando chi pratica forme di resistenza attiva (ma dobbiamo solo prenderle?), stigmatizzandolo come black block, terrorista, addirittura infiltrato! Ma i fatti, che hanno la testa dura, molto più dura dei vostri sproloqui da benpensanti di sinistra, sono inequivocabili: mentre un vero e proprio esercito armato fino ai denti ed in numero superiore a quello impiegato in Afghanistan (dove pare ci sia una guerra di occupazione) ci fronteggia in Val di Susa permettendo alla TAV di compiersi, il movimento NO TAV dovrebbe secondo alcuni mettere in atto esclusivamente pratiche non-violente, di disobbedienza civile
(urca!). Il risultato è che lo stato e le sue truppe, che non si interrogano sull'uso della forza, semplicemente la utilizzano, vincono e procedono come carri armati. Noi, con le nostre bandierine
e i nostri canti, arretriamo mentre il movimento è comunque funestato da arresti e sangue. La lotta per fermare la TAV, e in generale tutte le lotte intraprese, non devono essere simboliche, di testimonianza,
ma porsi l'obbiettivo della vittoria. Con ogni mezzo necessario.

Partito Comunista del Lavoratori (PCL)
sezione "D. Maltoni" Forlì-Cesena


A VENDOLA E FERRERO DOPO VAL SUSA: COME FATE AD ALLEARVI COL PD?

Il Partito Democratico è non solo il principale sostegno del governo Monti, ma anche il principale sponsorizzatore del progetto Tav. Non a caso tutto il gruppo dirigente del PD, da Veltroni a Bersani sino a Fassina, si è affrettato in queste ore drammatiche a “garantire” pieno appoggio alla continuità dei lavori in Val di Susa. Per non parlare del sindaco Fassino che ha sempre invocato in prima fila una presenza militare in valle. E' naturale: un partito che si candida a governare per conto dei poteri forti deve mostrarsi loro affidabile. E quale migliore prova di affidabilità che sostenere un business colossale come la Tav persino nel momento in cui si lastrica di sangue? Un serio partito borghese come il PD non può lasciar spazio a sentimenti emotivi e neppure a semplici calcoli elettorali. La ragione d'impresa è la sua unica ragione fondante. Punto.

Ma Vendola e Ferrero come fanno a continuare in tutta Italia, come se nulla fosse, a ricercare e praticare l'alleanza col PD? Come fanno a sostenere la campagna No Tav e allearsi al tempo stesso coi suoi massacratori? Come fanno a sedere nelle stesse giunte con un partito di polizia, e a coalizzarsi con questo per le prossime elezioni, amministrative e nazionali? Dopo aver votato col PD persino la guerra in Afghanistan, volete allearvi col PD della guerra in Val di Susa?

Non si può sempre stare coi piedi in tutte le scarpe: o di qua o di là. SEL e FDS rompano col PD, ovunque. E costruiamo insieme, nelle lotte, un fronte unico d'azione delle sinistre in alternativa a tutti i partiti filo Monti e pro Tav. Se non ora quando?

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

27/02/12

Comitato No-debito Pesaro: assemblea con Cremaschi

La sezione pesarese del Comitato Noi No Debito, di cui il Partito Comunista dei Lavoratori è parte integrante, comunica che in data venerdì 16/03/2011, alle ore 21, presso la sala assembleare del Palazzo della Provincia di Pesaro-Urbino (sita a Pesaro, in via Gramsci) si terrà un incontro pubblico del suddetto comitato avente come oggetto la discussione sui cinque punti fondativi dello stesso, con particolare riferimento a quello del non pagamento del debito pubblico contratto dall'Italia nei confronti di banche ed istituti finanziari con conseguente nazionalizzazione degli stessi.
Sarà presente all'incontro Giorgio Cremaschi, sindacalista FIOM e promotore della nascita del Comitato Noi No Debito.
Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Partito Comunista dei Lavoratori
Sez. Pesaro

23/02/12

Fabriano: il PCL presenta la propria lista per le comunali


Il Partito Comunista dei Lavoratori, dopo aver presentato un appello di unità a sinistra contro i due schieramenti ed i potentati locali, prende atto della scelta presa dal resto della sinistra cittadina di non rompere con il centrosinistra e prosegue da solo il proprio percorso elettorale.
“Le nostre proposte erano chiare” dichiara Youri Venturelli, candidato sindaco del PCL , “c’è bisogno di un cambiamento radicale, proprio a partire dai partiti che dovrebbero rappresentare i lavoratori. Per questo abbiamo proposto di rompere con il centrosinistra, di sviluppare un programma radicale a favore dei lavoratori e delle loro famiglie, e presentare una lista di candidati nuovi ed indipendenti. Non si può ripartire presentando gli stessi personaggi che ancora oggi sostengono la giunta Sorci e si sono resi partecipi del disastro sociale di Fabriano!”.    
Per questo il PCL ha deciso di rilanciare, anche da soli, quello che manca da anni nella nostra città: una vera opposizione, radicale ed indipendente, che rappresenti senza ambiguità gli interessi di chi non ha lavoro, lo ha appena perso o di chi un lavoro ce l’ha ma vede ogni giorno di più i propri diritti calpestati.
In segno di discontinuità con i partiti di pseudo-sinistra che hanno governato in questi anni, i candidati scelti sono tutti operai, precari, disoccupati e studenti, con la presenza anche di due pensionati. Una lista giovanissima e ricca di presenze femminili. Il candidato Sindaco, Youri Venturelli, è un operaio Ardo in cassa integrazione, da tempo impegnato nella lotta per la difesa del lavoro a Fabriano e contro la svendita dei lavoratori operata dal Padronato con la complicità di amministratori locali e sindacati. L’obbiettivo dichiarato del PCL è di riuscire ad eleggere uno o più consiglieri, onesti, integerrimi e coerentemente comunisti che, fuori e dentro il Comune, diano battaglia per far valere le ragioni di chi guadagna (o vorrebbe guadagnarsi) il pane col proprio sudore.
“In un momento di crisi come questo”, conclude Venturelli nel suo discorso di fronte all’assemblea del PCL, “non c’è più spazio per posizioni ambigue: o si sta con chi ha costruito con il proprio lavoro la ricchezza del nostro territorio, oppure con chi, per mantenere i propri privilegi e per voracità, ci sta affamando tutti. Noi una scelta chiara l’abbiamo fatta: per questo chiediamo ancora di votare il Partito Comunista dei Lavoratori, per una sinistra che non tradisce!”
( per leggere l’appello del PCL alla sinistra fabrianese del 13/10/2011 segui questo link http://marcherosse.blogspot.com/2011/10/appello-elettorale-del-pcl-alla.html  )

Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione di Ancona
Nucleo Montano

13/02/12

SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA IN GRECIA

NOSTRI COMPAGNI DELL'EEK IN PRIMA FILA NEGLI SCONTRI DI MASSA
IL KKE STALINISTA STA A GUARDARE IN DISPARTE



In Grecia si concentrano tutti i sintomi classici di una situazione obiettivamente rivoluzionaria.

1)Le classi dominanti non possono più governare come prima, coi vecchi schemi politici tradizionali ( alternanza tra Nuova Democrazia e Pasok): sono state costrette a ricorrere ad un governo d'emergenza di salute pubblica per cercare di imporre alle masse la ricetta massacrante della BCE . Ma oggi lo stesso governo d'emergenza è scosso da ripetute defezioni e contraddizioni ( abbandono di ministri, riduzione della sua base parlamentare, uscita dell'estrema destra del Laos). Non siamo alla disgregazione dell'esecutivo, che probabilmente terrà. Ma le nuove crepe scuotono una stabilità istituzionale che sembrava scontata e aprono varchi alla reazione popolare. Le prime contraddizioni apertesi nei corpi di polizia – dove un sindacato di categoria ha invocato l'”arresto della Troika”- indicano la profondità della crisi dello Stato greco.

2)Le classi dominate non possono più vivere come prima, sotto il peso di misure finanziarie insostenibili e di una disperazione sociale dilagante .Il movimento operaio e popolare, dopo varie oscillazioni, riprende la propria ascesa, come dimostra la riuscita plebiscitaria dello sciopero generale del 10/11/2, sia nel settore pubblico che nel settore privato. Questa ascesa si carica, a sua volta, di una nuova radicalità di massa: gli scontri con la polizia davanti al Parlamento nella giornata di ieri non hanno impegnato, come a volte in passato, settori limitati e marginali, ma hanno coinvolto una massa grande di lavoratori, giovani, pensionati, che rivendicavano il proprio diritto ad occupare il Parlamento. Dentro la più grande manifestazione popolare che la Grecia abbia conosciuto dalla caduta della dittatura dei Colonnelli.

3)Le classi medie delle città e della campagna, impoverite dalla crisi, mostrano segni di crescente inquietudine e disagio. Lo sciopero generale ha visto, come mai in precedenza, la partecipazione di numerose categorie professionali del commercio, dell'artigianato, come dell'intellettualità e della cultura. Ciò riduce la base del consenso sociale del governo in un momento cruciale. E contribuisce a spostare i rapporti di forza a favore dei lavoratori.

Ma questa situazione non durerà a lungo. O sfocerà in una dinamica aperta di rivoluzione, con l'assalto al palazzo del governo e del Parlamento, sviluppando sino in fondo le potenzialità della giornata di ieri. O finirà col ripiegare nella rassegnazione e nell'abbandono, dopo un esaurimento infruttuoso di tante energie popolari. Questo è il bivio.

Proprio per questo diventa decisivo, come sempre, il fattore soggettivo: la direzione politica e sindacale del movimento operaio e popolare.
E qui vengono i problemi.
Nessuno degli stati maggiori del movimento operaio greco si pone sul terreno della rivoluzione. Tutti gli stati maggiori del movimento si pongono CONTRO la rivoluzione greca.

Le direzioni delle principali Confederazioni del settore pubblico e privato, di derivazione Pasok, e il sindacato controllato dal KKE stalinista ( Pame) hanno respinto la parola d'ordine dello “sciopero generale prolungato” sino al resa del governo, avanzata dai nostri compagni ( EEK), a favore di scioperi generali intermittenti: nei fatti hanno lavorato e lavorano in una logica di pressione sul governo, non di rovesciamento del governo. I ripetuti scioperi generali degli ultimi anni hanno sicuramente raccolto e rappresentato la rabbia dei lavoratori: ma non l'hanno trasformata nella forza, leva risolutiva dello scontro ( col rischio alla lunga di esaurire e disperdere energie preziose , senza frutto).

Sul piano politico gioca un ruolo disastroso e controrivoluzionario il KKE stalinista. Non ingannino i suoi striscioni di propaganda affissi sull'Acropoli o le sue parole d'ordine apparentemente radicali “contro i capitalisti e i banchieri”. Un conto è l' evocazione dell'immagine, un conto è l'azione concreta nella lotta di classe. Il KKE agisce contro la rivoluzione. Non solo si oppone alla sciopero prolungato, ma divide abitualmente il fronte degli scioperi e delle manifestazioni di massa, organizzando sistematicamente “proprie” iniziative separate. Non solo si sottrae ad ogni scontro di massa con l'apparato dello stato, ma è giunto a difendere con propri servizi d'ordine i palazzi del Parlamento contro la gioventù ribelle ( sempre calunniata come massa di “agenti provocatori”) e contro la rabbia popolare. Ieri, nella più grande battaglia di massa tra popolo e Stato degli ultimi 40 anni in Grecia, il KKE si è tenuto religiosamente lontano dagli scontri come osservatore distaccato: sottraendo alla forza d'urto della piazza energie potenzialmente decisive ( Salvo appendere il solito striscione ad uso telecamere in cui invita a insorgere...gli altri popoli d'Europa).

La nostra organizzazione del EEK- che ha raddoppiato i propri militanti negli ultimi due anni tra i lavoratori e i giovani – è l'unico partito che in Grecia si pone sul terreno della rivoluzione. L'unico che rivendica lo sciopero ad oltranza, pone la necessità dell'autorganizzazione democratica dei lavoratori e del popolo, indica il governo dei lavoratori quale unica reale alternativa. E soprattutto l'unico che agisce in questa direzione. Non a caso ieri, mentre il KKE guardava da lontano col binocolo, i nostri compagni erano in prima fila nella battaglia di strada e di piazza, al fianco di migliaia di giovani combattenti, con la parola d'ordine dell'assalto al Parlamento e del potere operaio. Certo, EEK è ancora lontano dal disporre della forza sufficiente per dirigere il movimento di massa. Ma è l'unico partito che la rabbia popolare oggi merita. L'unico su cui può contare il futuro della rivoluzione greca e la giovane generazione di Piazza Syntagma.

Per questo,il PCL saluta con orgoglio i propri compagni greci. E farà del loro esempio una leva di costruzione del partito della rivoluzione in Italia.

Marco Ferrando
Portavoce nazionale
Partito Comunista dei Lavoratori 

05/02/12

Lo slogan della “competizione”

All’evidenza dei fatti, parole come “competizione”, rimangono solo vaghi slogan.
“Competizione” (o rilancio della competizione), “mercato”, ”concorrenza”, sono slogan che servono appunto a confondere le acque, favole che lasciano campo alla rapina dei soldi pubblici per favorire un nuovo colonialismo delle multinazionali.
L’industriale in cerca di profitto non valuta certo il danno che procura al territorio nel quale smette di produrre, tantomeno ha dei rimorsi di coscienza per quei lavoratori che gli hanno procurato ricchezza e ora saranno costretti in mezzo ad una strada. Non si mette a competere con Germania e Stati Uniti, al più può misurarsi con paesi che economicamente appartengono al terzo mondo. All’industriale non interessa nemmeno il prodotto, a lui interessano gli affari, quindi il “profitto”e soprattutto “vendere”con il maggior guadagno possibile.

In realtà, gli industriali non hanno alcuna intenzione di competere con chicchessia: loro sfruttano territori e lavoratori ricattandoli con la delocalizzazione. Sfruttano la politica degli incentivi alla delocalizzazione attuata dagli organismi internazionali come il FMI e anche l’UE. Capitalisti e multinazionali usano le tasse che tanti lavoratori hanno pagato negli anni per privarli del loro posto di lavoro, si usano i fondi europei allo sviluppo per finanziare i licenziamenti.

I paesi dell’est attraggono gli investitori, e pagano, attraverso incentivi e sgravi fiscali per le imprese, l’onore di essere colonizzati dalle multinazionali. Le multinazionali e il loro strapotere è tutto fondato sull’uso e sull’abuso del denaro pubblico: non fanno differenza tra l’Occidente e l’Oriente, per loro siamo tutti colonie da conquistare.
I sindacati non possono più permettersi di dare lezioni di democrazia in Italia ed in altri paesi, non possono più coltivare l’illusione di essere parte eletta in un area del mondo dove il capitalismo e le sue ideologie mostrano il loro vero volto: la dittatura dei banchieri e degli industriali. I sindacati devono elevare la coscienza dei lavoratori schierandosi totalmente dalla loro parte, elevandoli ed organizzandoli per recuperare dignità e diritti e costruire insieme un Governo dei Lavoratori dove, non più un pugno di privati, ma la stragrande maggioranza della popolazione abbia le redini in mano.
Youri Venturelli
Partito Comunista dei Lavoratori
Sez.Ancona-Nucleo Montano

ORA BASTA. SI ROMPA COL GOVERNO E COL PD CHE LO SOSTIENE.

L'attacco di Mario Monti all'articolo 18 è ormai dichiarato. La volontà esplicita di “togliere tutele” a chi starebbe “blindato nella sua cittadella” è una provocazione inaccettabile per centinaia di migliaia di operai licenziati dalle fabbriche in questi anni, o già privati dei propri diritti sindacali (Fiat). Chi oggi “è blindato nella propria cittadella” è proprio il governo Monti, che può colpire liberamente il mondo del lavoro solo perchè “tutelato” da PD e PDL, e dalla concertazione sindacale. Questa è la cittadella che va espugnata.

Susanna Camusso non ha più un solo argomento per continuare a negoziare con un governo che si colloca frontalmente contro il lavoro e i suoi diritti. Si liberi dell'abbraccio soffocante del PD e di Napolitano, tolga le “tutele” al governo, e prepari uno sciopero generale vero. Questo è il momento. Se continuerà a sedere al tavolo di Monti, al di là delle “critiche”, si renderà corresponsabile di una sconfitta storica. E senza alibi.

MARCO FERRANDO
Portavoce Nazionale
Partito Comunista dei Lavoratori 

03/02/12

Alluvioni ed altre tragedie: come il capitalismo distrugge il territorio

Articolo pubblicato su Giornale Comunista dei Lavoratori di gennaio 2012
Le tragedie delle ultime settimane sono catastrofi annunciate e la sciagura di Genova è solo l’ultima di una lunga lista iniziata col nuovo millennio. Un numero impressionante di morti si succede nella storia recente del Paese a causa di frane ed alluvioni e, cosa ancor più grave, con una regolarità tale da escludere ogni aleatorietà. Dossier del Ministero dell’Ambiente, della Protezione Civile, di Associazioni Ambientaliste concordano nel definire il dissesto idrogeologico come una delle più gravi minacce per il territorio e la popolazione italiani, confermando ciò che geologi, naturalisti e ingegneri ambientali denunciano da sempre. Nonostante questo i governi di qualsiasi colore non hanno mosso un dito per limitare le devastazioni, anzi: l’incuria del territorio e la cementificazione selvaggia corrono sempre più rapidi, rendendo ogni giorno più pericolose le nostre pianure alluvionali, le nostre montagne e le nostre coste. Né interverranno grossi cambiamenti con il Governo Monti che ha ben altre priorità (basti leggere le dichiarazioni sul nucleare e sulla TAV del neo-Ministro dell’Ambiente Clini).
Le ragioni del rischio
La ragione principale per cui sono frequenti fenomeni alluvionali ed erosivi è che l’Italia è un Paese geologicamente giovane e quindi instabile e mutevole. Il nostro territorio presenta numerosi fattori di rischio: corsi d’acqua giovani e con regimi variabili, coste infinite e variegate, terreni calcarei con fenomeni carsici, calanchi argillosi ed instabili. Inoltre numerosi tipi climatici si alternano nella penisola: climi mediterranei, con lo svantaggio di piogge concentrate in brevi periodi; o climi temperati, molto piovosi e con repentini scioglimenti di nevi. A quest’ultimo punto si associa la piaga mondiale dei mutamenti climatici (ormai universalmente addebitata allo sviluppo inconsulto del capitalismo mondiale ed al totale disinteresse dei governi imperialisti alla salute del pianeta e dei suoi abitanti), che influisce anche sui regimi termopluviometrici, condizionando sia la quantità che la concentrazione delle precipitazioni.
Perché i disastri?
I fattori di rischio non sono sufficienti a giustificare gli esiti catastrofici delle alluvioni. Dietro ai disastri naturali non può che esserci la rapace mano dell’Homo capitalisticus che, con ingordigia e superficialità, saccheggia le risorse naturali e riversa le esternalità negative dei suoi modi di produzione e consumo sull’ambiente e sugli esseri viventi (comprese le popolazioni locali). In Italia il suolo ed il clima favoriscono la crescita di rigogliose foreste, capaci di rallentare il ruscellamento dell’acqua, favorire l’infiltrazione nel sottosuolo, consolidare i terreni franosi. Purtroppo i fautori dello “sviluppo a tutti i costi” (ovvero la stragrande maggioranza dei politici borghesi, degli amministratori locali o degli “intellettuali ambientalisti” dell’ultima ora) promuovono, senza alcuna giustificazione scientifica, uno sviluppo agricolo, produttivo ed edilizio forzato delle campagne e delle montagne. In realtà dal secondo dopo guerra ad oggi abbiamo assistito ad una cementificazione ed un consumo del suolo insostenibili. Tutto ciò favorisce un ruscellamento troppo intenso ed impoverisce le falde, rendendo i livelli di quest’ultime mutevoli e favorevoli a frane e smottamenti. La preservazione e l’incremento di aree wilderness (prive di manufatti antropici) e le opere di ingegneria naturalistica, sono molto più efficaci della cementificazione delle sponde o dello spianamento degli alvei. Purtroppo quest’ultime sono le uniche tecniche utilizzate da Provincie e Comuni per prevenire i fenomeni alluvionali: sia perché applicabili anche in zone molto antropizzate, sia perchè compatibili con le ambizioni speculative di sindaci e palazzinari. A questo si aggiunge una profonda arretratezza giuridica nella difesa dell’ambiente, bene immateriale che non interessa allo Stato borghese se non come luogo di sversamento dei propri rifiuti o “giacimento” di risorse da accaparrarsi. Ciò vanifica la lotta alla cementificazione sfrenata, al disboscamento ed agli incendi, menomando l’effetto benefico della vegetazione sull’assetto idrogeologico e la tenuta dei versanti. Inoltre permette spesso la costruzione all’interno degli alvei fluviali stessi e non ostacola a sufficienza l’abusivismo, innescando situazioni esplosive.
Quale sicurezza?
Dal 1992 l’Italia si è dotata di uno strumento che avrebbe dovuto risolvere gran parte delle emergenze: la moderna Protezione Civile. Un unico coordinamento per la gigantesca e farraginosa macchina dei soccorsi. Ovviamente l’inefficienza, il clientelismo, la corruzione si sono presto impadroniti di lei. I suoi compiti stabiliti (previsione, prevenzione, soccorso, ripristino), sono stati spesso disattesi e l’impegno delle decine di migliaia di volontari vanificato. Una serie di squallidi “giochini” legislativi bipartisan ed un Dipartimento centrale di “cooptati” hanno infatti permesso alla cricca Bertolaso & co. (sostenuta in egual modo da centrodestra e centrosinistra) di utilizzare la Protezione Civile come proprio comitato di affari, godendo di una totale immunità alle leggi e ai controlli. Inoltre i compiti legati alla previsione ed alla prevenzione sono puntualmente elusi per via dello scarso interesse dell’opinione pubblica ma soprattutto perchè gli speculatori e la criminalità organizzata preferiscono agire durante i più costosi e confusi interventi di soccorso o ricostruzione. Sul piano della Pubblica Sicurezza non va meglio. Le Prefetture e le forze dell’ordine infatti, efficientissimi nella gestione dell’Ordine Pubblico e nella repressione del dissenso, non mostrano la stessa solerzia nel garantire la reale sicurezza dei cittadini. Il Prefetto, rappresentante dello Stato e del Ministero dell’Interno, ha tutti i poteri necessari per imporre stati di emergenza, evacuazioni etc., ma la sua figura ha assunto nella prassi i contorni di emissario politico del Governo e “capo bastone” dello Stato sul territorio: i suoi compiti più nobili sono stati anch’essi disattesi.
L’emblematico caso Liguria
La vicenda ligure ha assunto caratteri grotteschi. Le solerti amministrazioni di centrosinistra, che da sbandierano una distanza (in realtà inesistente) dalle politiche del Governo Berlusconi, non solo non hanno fatto nulla per evitare le tragedie, ma hanno addirittura peggiorato la situazione. La giunta di centrosinistra Burlando, con un regolamento regionale del luglio 2011, apre la strada alla più becera speculazione edilizia riducendo la fascia di inedificabilità dai corsi d’acqua a 5 mt nelle aree extraurbane ed a soli 3 mt nei centri abitati (spesso i più a rischio). Burlando è tornato indietro a prima del 1904, quando un Regio Decreto stabiliva il principio inderogabile della costruzione ad almeno 10 mt. Anche il sindaco genovese del PD, Vincenzi, e la sua giunta sono risultati del tutto inadeguati a fronteggiare l’alluvione: sia per totale incapacità e disinteresse dimostrati nella messa in sicurezza della città e nella gestione dell’emergenza, sia per l’arroganza con cui hanno risposto alla pioggia di critiche. Nonostante l’allarme meteorologico e la tragedia delle Cinque Terre di pochi giorni prima, la Vincenzi ha dichiarato che dar seguito a quell'allerta sarebbe stato "terrorismo" e che non c’erano i presupposti per chiudere scuole, uffici ed invitare la popolazione a chiudersi in casa. Davanti ai morti ha parlato invece di "tsunami". Prima ha sottovalutato per incompetenza e poi ha sopravvalutato per discolparsi. Infine ha insultato le vittime con frasi del tipo "Tante persone si sono messe in pericolo da sole": insomma, quelle mamme e i bambini morti se la sono cercata!
Le proposte del PCL
Negli ultimi anni, invece di occuparsi dello stato del territorio lo Stato ha investito in grandi opere, poco utili e assai più costose, che offrono però maggiori possibilità di guadagno agli speculatori e più margine alle manovre clientelari della politica. Il PCL chiede il dirottamento delle enormi risorse economiche in campo per le grandi opere  verso la riqualificazione ambientale e la messa in sicurezza idrogeologica del nostro territorio, con piccole opere diffuse che creino più posti di lavoro con meno sperpero di denaro pubblico. Pretendiamo, inoltre, che il sistema della Protezione Civile, di cui le dirigenze sembrano “intoccabili” ed immuni da critiche, subisca una reale riorganizzazione : basta con le politiche del post-emergenza, che fanno arricchire solo funzionari corrotti ed imprenditori senza scrupoli; si punti invece sulla prevenzione e la manutenzione.
Un “nuovo” movimento ambientalista
I comunisti, al grido di “salviamo il pianeta dagli effetti venefici del Capitalismo”, sembrano essere rimasti gli ultimi ad invocare un cambiamento radicale del sistema produttivo ed economico mondiale. Questo rappresenta l’unica concreta via d’uscita per un pianeta che sta cadendo a pezzi, con sconvolgimenti e disastri naturali che si susseguono con violenza ed frequenza sempre maggiori. Non è più rimandabile una profonda riflessione che porti ad unire gli sforzi ed uniformare proposte e rivendicazioni, creando un unico grande movimento ambientalista: un fronte di associazioni, partiti e cittadini, svincolato dai governi nazionali e locali di qualsiasi colore. Per fare ciò bisogna raccogliere in un unico coordinamento tutti i movimenti che in questi anni sono nati per difendere cittadini e territorio dagli attacchi dei governi borghesi, degli affaristi, delle ecomafie (No Tav, movimenti per l’acqua, contro il nucleare etc.). Dobbiamo “unire le forze” per affrontare i problemi ambientali più scottanti, ma soprattutto per fornire uno sbocco politico alle singole “battaglie”. Coniugare le rivendicazioni contingenti a prospettive di lungo termine più radicali, che mettano in discussione le fondamenta stesse del capitalismo: è questa la priorità assoluta dell’ambientalismo moderno.
Titto Leone

02/02/12

MONTI DIPENDENTE FISSO DEL CAPITALE

COME FA LA CGIL A CONTINUARE A SEDERE AL SUO TAVOLO?
Mario Monti gode da sempre del “posto fisso” quale tecnico del grande capitale: prima al servizio della Fiat al fianco di Romiti, poi commissario europeo su nomina di Berlusconi, infine Presidente del Consiglio di un governo di Confindustria e banche su nomina di Napolitano. Da questa postazione di dipendente inamovibile del capitale - senza mai “annoiarsi”- ha lavorato a demolire il “posto fisso” dei lavoratori: appoggiando, invocando, gestendo tutte le politiche di precarizzazione del lavoro realizzate da centrosinistra e centrodestra. Ed oggi sfotte una generazione di precari senza diritti, cui ha contribuito, per estendere la licenziabilità di chi lavora. E' rivoltante.

Se la CGIL ha dignità, deve alzarsi seduta stante dal tavolo di concertazione cui è seduta, mandare al diavolo PD e Napolitano, e promuovere un'opposizione radicale al governo. Invece di incassare i suoi complimenti.. per non aver fatto nulla a difesa delle pensioni.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

01/02/12

Campagna di tesseramento al PCL 2012

Per i compagni marchigiani che volessero aderire al Partito Comunista dei Lavoratori contattateci all'indirizzo pclancona@alice.it
IL CAPITALISMO E' FALLITO
IL RIFORMISMO ANCHE
COSTRUIAMO IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE

Guardiamo in faccia la realtà.
Per trentanni le classi dirigenti d'Europa hanno imposto ovunque enormi sacrifici sociali , con l'argomento che avrebbero garantito un futuro migliore ai “giovani”. E' accaduto l'opposto. Le nuove generazioni sono state condannate al precariato, i loro diritti negati, le loro future pensioni distrutte, mentre capitalisti e banchieri si sono arricchiti per decenni come mai in precedenza.

Oggi, di fronte alla grande crisi del capitalismo , le stesse classi responsabili della bancarotta chiedono alle proprie vittime sacrifici ancor più pesanti, con l'argomento che assicureranno l' “uscita dalla crisi” e il “futuro dell'Europa”. Accade l'opposto. Dopo cinque anni la crisi permane , l'Unione Europea delle banche si avvita nella recessione, mentre sprofondano le condizioni di vita dei salariati e di larga parte della popolazione.

La verità è che i lavoratori e la maggioranza della società sono ostaggio di un sistema fallito. Non c'è alcuna possibile via d'uscita dalla crisi sociale dell'Europa senza il rovesciamento delle sue classi dirigenti, in ogni paese e su scala continentale. Tutti i tentativi di aggirare questa verità; tutte le “ricette” e “soluzioni” che vorrebbero conciliare il capitalismo con la “giustizia sociale” sono semplicemente una truffa, comunque si chiamino: “Europa sociale e democratica”, “nuovo modello di sviluppo”, Eurobond”, “riforma della BCE”, “audit” sul debito e sua rinegoziazione”,... Queste evocazioni immaginarie,contro ogni illusione, hanno una sola funzione obiettiva: distogliere gli sfruttati dalla comprensione della realtà; indirizzare le loro speranze di liberazione verso mitologie senza futuro, a tutto vantaggio della conservazione del presente.

La verità è che solo una rivoluzione sociale può fare pulizia.

Perchè solo una rivoluzione sociale può rovesciare la dittatura degli industriali, delle banche, delle compagnie di assicurazione, con quel groviglio inestricabile di sfruttamento, speculazione, corruzione, che domina la vita sociale in ogni suo aspetto , sotto ogni governo, in ogni paese capitalista.

Solo una rivoluzione sociale può concentrare nelle mani dei lavoratori e della maggioranza della società le leve decisive della produzione della ricchezza, della sua distribuzione, della riorganizzazione radicale dell'economia, secondo un piano democraticamente definito dai lavoratori stessi e sotto il loro controllo: in funzione dei bisogni sociali non del profitto di pochi parassiti.

Solo una rivoluzione sociale, e dunque l'avvento di governi dei lavoratori, può unificare il vecchio continente, dal Portogallo alla Russia, negli “Stati Uniti Socialisti” d'Europa: unendo i lavoratori al di là dei confini, ripartendo razionalmente il lavoro, cancellando gli enormi sprechi e gli aspetti odiosi connessi al mercato,al militarismo, alle politiche antimigranti, al saccheggio dell'ambiente; e invece valorizzando quelle ricchezze produttive, scientifiche, tecniche che la crisi capitalista ogni giorno distrugge: ricchezze da porre al servizio della liberazione degli uomini e non del loro sfruttamento.

Il PCL è l'unico partito della sinistra italiana a basarsi su questo programma di rivoluzione: a farne l'asse della propria azione e proposta in ogni lotta; a ricondurre ogni battaglia parziale di movimento, a questa prospettiva generale; a sviluppare controcorrente la coscienza politica delle masse, e della loro stessa avanguardia, in questa direzione.

Aderire al PCL significa rafforzare questo lavoro e prospettiva.

Non esistono scorciatoie rispetto alla necessità di costruire il partito della rivoluzione, in Italia come in ogni altro Paese.
Le esigenze e attese di un vero cambio sociale non saranno risolte dalla pura spontaneità dei movimenti. Né dai gruppi dirigenti di sinistre fallite in eterna attesa di una chiamata del PD. Né da sinistre “antagoniste” puramente “critiche”. Né tanto meno dalle suggestioni equivoche del mondo virtuale di qualche capo comico (Grillo).

Solo un partito organizzato che investa materialmente nella rivolta sociale per darle un progetto e una coscienza può davvero costituire, dopo tante delusioni e fallimenti, un fattore reale di svolta per tutti gli oppressi, di ogni colore e condizione.

Costruirlo, in ogni lotta, è il nostro impegno. Salvaguardare la sua autonomia, estendere le sue radici sociali, organizzare nelle sue fila i lavoratori e i giovani più coscienti, sviluppare la loro formazione, significa lavorare concretamente per il futuro della rivoluzione. Al fianco dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo, nel lavoro di ricostruzione della Quarta Internazionale.

Perchè- come recita la nostra tessera 2012- “solo la rivoluzione cambia le cose”. E' a questa verità che dobbiamo dare un partito: l'unico partito di cui gli sfruttati hanno bisogno.

27/01/12

Dal PCL di Pesaro solidarietà ai No Tav arrestati

COMUNICATO STAMPA:

Il Partito Comunista dei Lavoratori, esprime solidarieta’ nei confronti dei 26 arrestati del movimento NO TAV. Sono anni che i cittadini della Val di Susa, si battono contro ogni tipo di Governo, locale e nazionale, a prescindere dal colore politico, per difendere il loro territorio, su cui i poteri forti della finanza e della politica vogliono speculare. In Val Di Susa come in altri luoghi del nostro paese si vogliono mettere al centro gli interessi del profitto e del capitale a scapito dei cittadini, dei lavoratori e dell’ambiente. Abbiamo sempre sostenuto la lotta contro un progetto che reputiamo obsoleto e che non portera’ nessun vantaggio agli abitanti della Valle, del Piemonte ed in generale per il nostro Paese. Il progetto dell’alta velocita’, anzi, portera’ solo danni e sacrifici sotto l’aspetto sociale, economico ed ambientale. Per questo esprimiamo solidarieta’ all’intero movimento, rivendichiamo che i soldi che devono essere spesi per questo progetto vengano, invece, investiti per lavoro, sanita’, istruzione e servizi per i cittadini. No all’inutilita’ di opere faraoniche ma investimenti per le classi meno abbienti.
Con preghiera di massima diffusione

Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Provinciale Pesaro

25/01/12

Immigrati: rivolta sul blog di Grillo, 'Razzista fatti da parte'

Articolo del 24/01/2012 tratto dal sito dell'agenzia di stampa AGI

Polemiche sul blog di Beppe Grillo dopo le parole del comico genovese secondo cui concedere "la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, e' senza senso". Alcuni utenti hanno 'postato' sulla pagina del blog le loro critiche e i loro dissensi, definendo 'razzista' e 'fascista' la posizione di Grillo. E diversi rappresentanti sul territorio del Movimento 5 stelle hanno preso le distanze dalle dichiarazioni del loro leader, chiedendogli in qualche caso anche di fare "un passo indietro".
"Quindi, Beppe, per te e' giusto che un bimbo nato in Italia da genitori extracomunitari, che frequenti la scuola e magari arrivi a finire il liceo, dopo i 18 anni sia costretto a vivere con dei permessi di soggiorno, pena l'espulsione verso il paese di provenienza dei genitori?", chiede Marco, che si dice "disgustato" dalle parole del comico. "La cittadinanza senza criteri seri e' la fine della democrazia, nulla ha a che fare con i diritti degli immigrati", difende invece andrea da Milano. Elogi anche da Flavia Ventura, secondo cui, "con tutti i cavoli di problemi che abbiamo dobbiamo pensare pure alla cittadinanza degli extracomunitari?. Ci siamo prima noi".
"Bravissimo. Borghezio non saprebbe fare di meglio", attacca l'utente Alessandro Cavalotti. "Mi ha veramente sorpreso la sua prima frase - scrive Ilaria - e' vero che in fondo in fondo siete tutti uguali. Povera Italia, poveri noi". Sul tema interviene anche Andrea Sarubbi, deputato del Pd e promotore della legge sulla cittadinanza: "caro Grillo - scrive sarubbi - sullo ius soli si possono avere opinioni diverse, ma le argomentazioni con cui liquidi il problema della cittadinanza ai figli degli immigrati non sono degne di una risposta a 5 stelle". Per Franco Barilozzi, che scrive da Lussemburgo, "la cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Italia e' un semplice atto di civilta'". "Ecco una volta di piu' chi sono questi retajoli! Difendere ilproprio pianerottolo: ecco che cosa volete! Razzisti!, aggiunge Giovanni G. da Bologna E se qualcuno chiede ironicamente a Grillo se "per caso sei depresso", c'e' chi gli chiede di fare un passo indietro: "Grillo basta, con queste tue farneticazioni poche chiare screditi tutto il movimento e i ragazzi che ci stanno mettendo anima corpo e salute. E' ora di farsi da parte", 'posta' Francesco T da Torino. "Il M5S Biella e' favorevole all'estensione dei diritti di cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia e di partecipazione democratica dei residenti da almeno 5 anni ma senza cittadinanza al voto amministrativo - precisa un altro post - aggiungo che la maggior parte dei gruppi 5 stelle locali che stanno discutendo l'argomento sono dello stesso avviso. Datevi un'occhiata a meetup e forum in giro per la rete. Parere favorevole anche in consiglio regionale a nome del M5S dell'Emilia Romagna". Infine il Movimento 5 Stelle di Torino fa sapere che votera' un ordine del giorno per l'adesione della Citta' alla campagna sulla cittadinanza: "Dopo ampia consultazione in rete, - si legge in un post - abbiamo deciso di votare favorevolmente perche' cosi' vuole la stragrande maggioranza dei nostri simpatizzanti ed elettori che si sono espressi". (AGI) .

Faber: i lavoratori restino uniti


COMUNICATO STAMPA:
Il presente misero dei nostri territori va contrastato opponendosi ai lauti profitti  di pochi ottenuti contro l’interesse di tutti. La Faber è una multinazionale che ha bilanci in attivo ma, con la scusa della crisi, delocalizza speculando sulle condizioni lavorative ed i bassi stipendi nei paesi in via di sviluppo. Tutto ciò per la continua ricerca di maggiori profitti economici, alla faccia di qualsiasi giustizia sociale.

In questo contesto è del tutto pleonastico l’operato di alcuni sindacati che continuano a mobilitare i lavoratori solo per rivendicare gli ammortizzatori sociali che già spettano loro di diritto. E del tutto inaccettabile è l’aver permesso ai faccendieri della Faber di mettere gli operai di Sassoferrato contro quelli di Fossato di Vico in uno squallido “mors tua, vita mea”.

“I sindacati dovrebbero schierarsi sempre e comunque dalla parte dei lavoratori, i sindaci e le Istituzioni dovrebbero prendersi l’onere di respingere questo attacco padronale e garantire un futuro per i propri cittadini”, lo sostiene Youri Venturelli (del Partito Comunista dei Lavoratori ed anch’egli operaio in cassa integrazione), e precisa: “Non solo per la tutela dei lavoratori della Faber, ma per la salvaguardia del territorio e della stragrande maggioranza dei suoi abitanti, che siano essi operai, artigiani, piccoli commercianti, agricoltori etc.”

Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori chiede:

·         Occupazione della fabbrica ad oltranza volta a bloccare la delocalizzazione ed impedire la svendita dei capannoni e dei macchinari.

·         Espropriazione, per fini di interesse generale (come da art.42 e 43 della Costituzione), e nazionalizzazione della Faber senza indennizzo e sotto controllo operaio.

·         Non subire alcun ricatto: unificare tutte le vertenze dei nostri territori riappropriandoci del lavoro e della dignità.

·         Uno sciopero generale di tutte le categorie del territorio in favore degli operai della Faber ed in solidarietà alla loro causa.

Per fare ciò tutti i lavoratori della Faber, quale sia il loro stabilimento di provenienza, debbono restare uniti e lottare fino alla vittoria della vertenza, senza farsi abbagliare dagli “specchietti per le allodole” che la multinazionale, d’accordo con politici locali e sindacati padronali, metterà sul cammino della protesta.

Con preghiera di massima diffusione


Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Provinciale Ancona

24/01/12

Adesione del PCL allo sciopero del 27 gennaio

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene ed aderisce allo sciopero nazionale convocato, contro la politica del governo Monti, per il prossimo venerdì 27 gennaio dall' Unione Sindacale di Base (USB), SLAI-Cobas, SI-Cobas e da altre sigle.
Invita tutti i suoi iscritti e simpatizzanti ad aderire allo sciopero, indipendentemente dall'organizzazione sindacale cui sono iscritti ed a partecipare alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma, la mattina di questa giornata di lotta.
IL PCL vede lo sciopero del 27 come un tassello della più generale lotta da svillupare, con il più ampio fronte sociale e politico, per respingere la misure antioperaie ed antipopolari del governo delle banche e di confindustria, attraverso uina mobilitazione generale della classe operaia e dei suoi alleati sociali, fino alla caduta del governo, nella prospettiva di una alternativa dei lavoratori, basata su un programma anticapitalistico di uscita dalla crisi.

Comitato Esecutivo
Partito Comunista dei Lavoratori

23/01/12

DECRETO LIBERALIZZAZIONI: UNA TRUFFA PER I LAVORATORI E LA POVERA GENTE



UN VANTAGGIO PER BANCHE, INDUSTRIALI, COSTRUTTORI, ASSICURAZIONI, PETROLIERI 

Il governo vara le “liberalizzazioni” e tutta la stampa borghese confeziona uno spot propagandistico trionfale: “tutelati i consumatori”,”provvedimenti per la crescita”, “ colpite le corporazioni ”.. Il tentativo è quello di vendere all'opinione pubblica, ed in particolare al lavoro dipendente, l'immagine di un governo che compensa i sacrifici imposti sulle pensioni, sulle prima casa, sull'IRPEF, con un colpo ai privilegi dei “ricchi”.

La verità non è “diversa”: è opposta.
Le misure del governo colpiscono duramente solo i settori popolari della piccola proprietà e dei servizi ( tassisti, edicolanti, gestori non proprietari delle pompe di benzina). A tutto vantaggio di banche, assicurazioni, industriali, costruttori, petrolieri: che ingrassano ulteriormente le proprie posizioni sociali e di potere.
Basta leggere il decreto.

UN DECRETO PER LE BANCHE

Le banche escono rafforzate. Incassano l'obbligo di apertura dei conti correnti “base” di milioni di pensionati poveri ( già varato dal decreto salva Italia) senza alcuna gratuità del servizio: il governo prevede unicamente un possibile “tetto” alle commissioni. Risultato? Un guadagno netto per i banchieri sulla pelle di tanta povera gente. Non solo. Le banche ottengono assieme alle imprese il libero ingresso dei capitali privati nel “finanziamento, realizzazione,gestione” delle infrastrutture ( project financing). Cosa significa? Che avranno la possibilità di partecipare agli utili di gestione per rifarsi, con gli interessi, delle spese di finanziamento. Come? Per esempio spingendo per elevare i prezzi del servizio ( altro che protezione dei consumatori!).
Ancora. Le banche possono entrare nel nuovo business dei servizi pubblici locali e delle ferrovie. I servizi pubblici locali dovranno essere messi a gara a partire dai 200000 euro di contratto ( non più 900000). Chi possiede oggi i capitali adeguati per mangiarsi la torta? Le banche innanzitutto che si rifaranno sui prezzi. Le ferrovie a loro volta diventano libero mercato non solo sull'alta velocità, ma sugli stessi treni pendolari che dovranno essere messi a gara: è facile immaginare che essendo meno “appetibili” per i profitti saranno comprati a prezzi stracciati, e quindi richiederanno costi del lavoro altrettanto stracciati. Soluzione: consentire ai privati acquirenti di calpestare il contratto nazionale ferrovieri. Domanda: chi sono i primi soggetti titolati ad entrare nel nuovo mercato? I capitalisti e i banchieri. Che con Banca Intesa partecipano già a pieno titolo all'impresa di Montezemolo e Della Valle in fatto di treni di lusso. Chi è il ministro che ha varato il decreto? L'ex amministratore delegato di Banca Intesa. I conti tornano.
Nel frattempo le banche continueranno a gestire il binomio ricattatorio mutuo/polizza ( il “dovere” di esibire altre possibili polizze è ridicolo). Mentre i lavoratori bancari si ritrovano un contratto che allunga l'orario di lavoro, abbatte i salari dei nuovi assunti, accresce i poteri delle banche nella gestione dei rapporti di lavoro. Ecco la “liberalizzazione”: la massima libertà ..dei banchieri contro lavoratori e clienti.

PETROLIERI: LA LIBERALIZZAZIONE DELLA TRIVELLA

I petrolieri plaudono al decreto. Hanno ragione. La propaganda li annunciava come vittime designate dell'operazione. Ne escono rafforzati. La vendita annunciata delle azioni detenute nella rete di trasporto del gas( Snam) era già stata proposta dalla stessa Eni e può essere un buon affare per la compagnia ( v. intervista di Scaroni al Corriere del 22/1). Per il resto, tutto come prima, e meglio di prima per i petrolieri. I petrolieri ottengono la libertà di trivellare nelle stesse “aree protette” ( articolo 17 del decreto). E sapete la ragione? Il fatto che le famose agenzie di rating nel valutare la solvibilità di un paese verso le banche, e quindi le sue potenzialità di sviluppo economico, misurano il suo grado di autosufficienza in tema di idrocarburi. Più alto è il numero delle trivelle ( e lo scempio di ambiente e salute), più i banchieri apprezzano! Il resto del decreto in tema di benzinai, si pone sullo stesso solco. Solo i proprietari degli impianti di distribuzione del carburante potranno scegliere la compagnia da cui servirsi. Ma sono 500 su 25000. Per gli altri 24500 le cose peggiorano: i petrolieri potranno fissare le condizioni contrattuali che vogliono con ogni singolo benzinaio, senza nessuna tutela, nessuna contrattazione collettiva. Ecco la “liberalizzazione”: la massima “libertà”.. dei petrolieri. Contro i gestori non proprietari, più servi di prima delle compagnie, e contro i consumatori: che continueranno a pagare un costo enorme per un litro di benzina.

MENO TASSE AI COSTRUTTORI

I costruttori non sono da meno. Il decreto riduce la tassa dell' IMU sui cosiddetti immobili di “magazzino”, cioè sugli immobili invenduti. Siccome i tempi delle compravendite di case sono più lunghi in tempi di crisi, si tratta di un bel regalo. Cui si aggiunge la parallela riduzione dell'IVA, e l'abolizione della tassa prevista dal 1949 che imponeva ai costruttori di accantonare il 2/% di un opera pubblica per il suo abbellimento ( opere d'arte, giardini, e simili). La qualità della vita può attendere, assieme all'estetica di un quartiere. Sommando a tutto questo il libero ingresso nella partita del project financing, in particolare nella costruzione delle nuove carceri, si tratta di un bottino rilevante. In compenso continueranno a crepare senza cura migliaia di lavoratori supersfruttati che affollano i cantieri edili, privi di tutela e di riconoscibilità. La “liberalizzazione” riguarda la libertà.. dei loro padroni, non la loro.

LE ASSICURAZIONI.. RASSICURATE

Le Assicurazioni partecipano all'affare. Ed è buffo. Per anni si è blaterato sulla necessità di porre un freno all'arroganza delle assicurazioni, al caro auto, all'”onnipotenza” del settore. Persino la stampa borghese liberale ha chiacchierato spesso al riguardo. Risultato? Il decreto rassicura.. le Assicurazioni. Dà ad esse la possibilità di riparare direttamente il guasto legato all'incidente con proprie officine convenzionate. Chi non si fidasse dell'assicurazione, chi temesse una riparazione al ribasso per qualità dei pezzi ( ed è indubbio che un officina legata alla assicurazione lavorerebbe al massimo ribasso), ha la possibilità di chiedere il contante: ma alla condizione di rinunciare al 30% di ciò che gli è dovuto. In altri termini: per difendere l' assicurazione dal rischio frode da parte del cliente, si espone il cliente alla probabile frode dell'assicurazione. Quanto al vantaggio per i consumatori,solo un cretino può pensare che tutto questo comporti un abbassamento delle tariffe delle assicurazioni. Lo stesso vale per la trovata dell'esibizione da parte dell'agente assicurativo di tre diverse polizze di altre compagnie. Siccome l'agente è dipendente della propria compagnia ( “monomandatario”) è del tutto evidente che non farà propaganda per la concorrenza, a meno di non voler perdere il posto. Persino Sole 24 Ore, grande sponsorizzatore delle liberalizzazioni, non ce l'ha fatta a vendere quest'ultima patacca(v. Sole 24 Ore 21/1). Si conferma dunque la regola generale: l'unica libertà che si tutela è quella del capitale.

LA “GIUSTIZIA” DEGLI INDUSTRIALI

Gli industriali sono, assieme ai banchieri, i sostenitori più entusiasti del decreto. Lo credo. Alla vigilia dell'annunciato incasso sulla maggiore libertà di licenziamento, assaporano le delizie delle liberalizzazioni. Dopo aver ottenuto dal governo la riduzione dell'IRAP ( a danno della sanità pubblica), la riduzione dell'IRES per gli investimenti di capitalizzazione, 6 miliardi di incentivi ACE, 20 miliardi per il fondo di garanzia dei crediti alle PMI, Confindustria ottiene oggi altre regalie. Innanzitutto l'apertura del mercato delle infrastrutture e dei servizi pubblici locali. E poi l'incasso annunciato di 60/80 miliardi di rimborsi da parte delle pubbliche amministrazioni: 5 miliardi sono subito stanziati come acconto, gli altri si pensa di darli, eventualmente ( e su richiesta delle imprese), attraverso BOT e BTP. Le imprese venderebbero a loro volta questi titoli, capitalizzando il ricavato. Lo stesso ministro Passera che ha bastonato lavoratori e pensionati per ragioni di “debito pubblico”, oggi dichiara che il mastodontico rimborso pubblico agli industriali non insidierà il debito italiano. E' la riprova che il debito è solo questione di classe e non di numeri. Ma c'è dell'altro. Confindustria ottiene la sua “riforma della Giustizia”: una magistratura speciale e rapida chiamata a dirimere in tempi record le controversie societarie. I comuni cittadini che attendono da anni, e forse invano, la soddisfazione delle proprie ragioni nelle aule di giustizia, non solo dovranno ancora aspettare, ma dovranno mettersi in coda agli industriali, cui lo Stato borghese da la precedenza. Gli industriali sono più uguali degli altri. Per loro si trovano a tambur battente quelle risorse, strutture, uomini, che non si trovano per la “Giustizia” ordinaria. Perchè? Perchè- si osserva- i “mercati” finanziari giudicano le opportunità di investimento in un paese anche in base ai tempi di risoluzione delle controversie giudiziarie in cui le imprese possono incappare. Insomma: è il mercato che fa il tribunale. Non poteva esserci illustrazione simbolica più semplice della natura di classe della “Giustizia” in regime capitalista.

IL MONDO DEL LAVORO PRENDA LA TESTA DELLA DISPERAZIONE SOCIALE

E' necessario denunciare e contrastare questa truffa.
Tutti i partiti borghesi la sostengono, a partire dal PD.
Di Pietro apre nuovamente al governo ( dopo il voto di fiducia iniziale) dichiarando che.. ha finalmente copiato il suo programma.
Le sinistre balbettano. Con Vendola unicamente interessato ( assieme a Di Pietro) a non farsi scaricare dal PD. E la burocrazia CGIL unicamente interessata a non essere scaricata da Confindustria. E' penoso e irresponsabile.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)- sin dall'inizio all'opposizione del governo e del PD che lo sostiene- pone tanto più oggi la necessità di una mobilitazione generale del mondo del lavoro contro il governo degli industriali e dei banchieri. Non è possibile continuare a subire passivamente l'onda d'urto della politica dominante e della sua propaganda. E non è possibile limitare la protesta a qualche ora di sciopero o a qualche manifestazione ordinaria. La crisi sociale va precipitando, e si annunciano due anni di nuova recessione. La distruzione del contratto nazionale di lavoro è in atto, e non solo tra i metalmeccanici. La FIOM viene sbattuta fuori dalle fabbriche, come non accadeva dagli anni 30. Vasti settori di piccola borghesia impoverita e allo sbando, subiscono i colpi congiunti della crisi capitalista e del governo del capitale: e accumulano un senso di disperazione. Se a tutto questo non corrisponderà una opposizione di massa, unitaria , radicale, continuativa, da parte del mondo del lavoro, capace di unificare attorno a sè la disperazione sociale delle più grandi masse popolari, questa disperazione cercherà prima o poi nuovi riferimenti e canali contro i lavoratori italiani. Questo è il rischio.

E' dunque l'ora della svolta. Il PCL si batterà in questa direzione, con tutte le proprie forze, e in ogni sede.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

19/01/12

Faber: il lavoro è un diritto, lo sfruttamento no!

Di seguito il volantino che verrà distribuito questa sera (19/01/12 ndr) al presidio dei lavoratori Faber