30/04/11

I padroni se ne vanno

Il 28 aprile si è svolta l’assemblea sindacale con i lavoratori dell’Antonio Merloni. L’assemblea ha portato come primo punto il decreto di proroga per l’allungamento della CIG 2011-2012, che verrà firmata dal ministero; mentre, per quanto riguarda la vendita, poco o niente è cambiato, confermando ciò che il Partito Comunista dei Lavoratori continua a ripetere da ormai tre anni, e cioè: finirla di butare fumo negli occhi degli operai e impegnarsi per far sì che prendano loro l’iniziativa come classe lavoratrice e si mobilitino al fine di rovesciare un calvario senza fine. Oppure si continua ad aspettare i cinesi che per il momento sono esclusi per non aver versato la cauzione, mentre la società iraniana Mmd, oltre che versare la cauzione di 2 milioni di euro, è interessata a rilevare tutti gli asset immobiliari della ARDO, accompagnata da una proposta limitata di assunzione di 400 lavoratori nell’arco di 2 anni.

Meglio sarebbe stato occupare e nazionalizzare l’azienda, come previsto dall’articolo 42 e 43 della Costituzione (“espropriare la proprietà privata qualora sussistano motivi d’interesse generale”). Usando i soldi fin qui sperperati al vento e ricavati con la vendita di macchinari (prima che lo faccia qualche capitalista per interessi privati), sotto controllo operaio, la riconversione sarebbe stata possibile: anche puntando ad un polo per la produzione di pannelli o pale per le “energie alternative” a inquadramento nazionale. Sarebbe stata una scelta fatta dalla classe lavoratrice e chi con lei, rilanciando l’economia reale, ridando respiro all’indotto e allo stato sociale.

Ora spetterà ai commissari Rizzi, Montaldo e Confortini trattare con i vari capitalisti. Si è parlato anche di un fantomatico Sig. Zu e consorte che si sarebbero presentati ben due volte secondo i sindacati, ma subito volatilizzati. Infine esiste la proposta della QS, guidata dall’ex sindaco imprenditore di Cerreto, che assumerebbe 400 lavoratori in un biennio. L’offerta di Mmd è legata all’acquisizione dell’intero perimetro della Ardo e per questo sarebbe incompatibile sommare le due offerte tra loro.

Il polo industriale fabrianese, caduto nella crisi più buia e profonda, caduto senza l’avvento di nessuna lacerazione sociale, senza nessuna classe operaia conflittuale, anticapitalista, solo servi che per decenni si sono sottomessi all’impero Merloni, alla sua politica, alla sua economia. E adesso: che gli interessi capitalistici non sono più associabili al contesto locale? Ed adesso: che ne sarà dei servi? In una società come la nostra, guidata e diretta da imprenditori in un paese dove la menzogna e la corruzione dilagano, volete forse ricevere altri applausi per ciò che non avete saputo fare? No, non resta a questi lavoratori che dipingere di rosa il loro stato di sottomissione e schiavitù!

Youri Venturelli
Partito Comunista dei Lavoratori
Sez.Ancona-Nucleo Montano.

Intervista a Marco Ferrando - portavoce nazionale PCL - su Canale 5

28/04/11

Non è vero che i lavoratori dell’ex Miliani abbiano sostenuto l’integrativo aziendale

A tutti gli organi di stampa e informazione
della Regione Marche

COMUNICATO STAMPA:

Le ultime notizie apparse sulla stampa locale, secondo le quali i lavoratori “avrebbero accolto con entusiasmo” l’accordo del secondo livello per l’integrativo aziendale, è da considerare infondata ed infamante come notizia.

È talmente forte l’opposizione dei lavoratori dell’ex Miliani a questo accordosul P.R.E (ex integrativo) che l’R.S.U. aziendale ha impedito, poco democraticamente, un referendum tra i lavoratori, per timore di un risultato negativo che avrebbe bocciato l’accordo che, tutti hanno capito, ispirato al modello “Mirafiori”.

Non si costruiscono “le relazioni industriali” con questa vocazione antioperaia e la cancellazione di diritti acquisiti, così come contenuto nel documento relativo all’intesa nelle ex Cartiere Miliani.

 
Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Provinciale Ancona

rigassificatore di Falconara: due pesi e due misure per il V.I.A.


Falconara: comitato su rigassificatori, 'Due pesi e due misure della Regione Marche nelle V.I.A.'

Pubblichiamo il Documento che le associazioni e i partiti politici contrari ai progetti di rigassificatori di API Nòva Energia e Gaz de France hanno consegnato al Presidente della Regione Marche e ai componenti della Giunta nonché ai Capigruppo Consiliari al Presidente del Consiglio della Regione Marche.

Il Documento compara le Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) svolte dalla Regione Marche per i progetti di rigassificazione di fronte a Falconara M.ma/Ancona e di fronte a Porto Recanati e ne evidenzia l'INSPIEGABILE DIFFERENTE APPROFONDIMENTO DI ALCUNE RILEVANTI PROBLEMATICHE AMBIENTALI da parte del Responsabile del procedimento - Arch. Velia Cremonesi - e del Dirigente della Posizione di Funzione - Geol. David Piccinini - per conto del SERVIZIO AMBIENTE E PAESAGGIO P.F. VALUTAZIONI ED AUTORIZZAZIONI AMBIENTALI. VIA scrupolosa ed improntata al principio di precauzione quella per Porto Recanati! VIA scientificamente lacunosa, omissiva in alcuni passaggi e totalmente imprudente per il progetto di API Nòva Energia. Il risultato è tutto nelle parole che il Presidente Spacca ha pronunciato nell'intervista alla emittente ETV il 21 aprile scorso: "Abbiamo fatto delle osservazioni sul rigassificatore di Porto Recanati. Queste osservazioni in sede tecnica sono state approfondite ed hanno portato alla manifestazione di un parere negativo da parte del servizio regionale che deve fare l'istruttoria su questo impianto, per cui sul rigassificatore di Porto Recanati non esistono le condizioni per procedere. Situazione diversa per Falconara. Per Falconara l'istruttoria tecnica fatta dagli uffici della Regione ha dato fino ad oggi un esito positivo. (...) Dobbiamo dire la verità: l'istruttoria tecnica che è stata fatta sul rigassificatore di Falconara è positiva".

Già, dobbiamo dire la verità!! Sia chiaro, ci sono tre tipi di verità da appurare: 1) la differente valutazione degli stessi elementi programmatici e di impatto ambientale a seconda che si parli del rigassificatore di API Nòva Energia o di quello di Gaz de France.
2) Perché gli architetti Piccinini e Cremonesi hanno squilibrato in quel modo le valutazioni!
3) Se le omissioni, le lacune e le imprudenze degli architetti Piccinini e Cremonesi abbiano una regia politica nella Regione stessa!

Ci arriveremo a sapere! Nel frattempo diamo solo un assaggio di quello che leggerete nel Documento consegnato.
Gli architetti Piccinini e Cremonesi della Regione Marche sembra non abbiano consultato neanche l'ISPRA (l'Istituto scientifico del Ministero dell'Ambiente) che a Marzo 2009 ha valutato riguardo all'impatto dell'ipoclorito di sodio sul mare in riferimento alle CONTRODEDUZIONI AL RAPPORTO SULL'IMPATTO TRANSFRONTALIERO DEL TERMINALE GNL DI ZAULE DEL MINISTERO DELL'AMBIENTE E DEL TERRITORIO DELLA REPUBBLICA DI SLOVENIA:
"...La sterilizzazione della massa d'acqua in ingresso determina l'eliminazione degli organismi costituenti lo zooplancton. Appare necessario, in uno studio di VIA, quantificare l'impatto di tale perdita degli organismi zooplanctonici in termini di effetti sulla produzione secondaria della Baia di Muggia e, in senso più ampio, dell'intero Golfo di Trieste". STERILIZZAZIONE DEL MARE, significa azzeramento dei nutrienti per le specie ittiche! E l'azione dell'ipoclorito è sempre la stessa, tanto se si parli dell'Adriatico di Trieste quanto se si parli dell'Adriatico di Porto Recanati o Falconara M.ma. I pescatori che dicono? Non lo sanno! Tutto tace!

da Comitato 25 agosto

24/04/11

UN NUOVO 25 APRILE PER CACCIARE BERLUSCONI E APRIRE LA VIA PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI

Il 25 aprile del 1945, la sollevazione partigiana chiuse la pagina buia del fascismo nella speranza di una vera alternativa di società: che liquidasse le classi dirigenti del Paese e aprisse la via del potere dei lavoratori. I governi di unità nazionale tra Togliatti e De Gasperi, con la benedizione degli Usa e di Stalin, realizzarono un programma opposto: la ricostruzione del capitalismo italiano. Fu il tradimento della Resistenza.

Da allora tutte le stagioni di lotta del movimento operaio sono state subordinate dalle sinistre alla salvaguardia del capitalismo e delle sue classi dominanti. Prima col compromesso storico con la Dc, che liquidò la grande pagina del 68; poi, dopo l'89, con la subordinazione alla seconda Repubblica, la partecipazione alla distruzione delle conquiste sociali e all'arretramento dei diritti democratici. Il Berlusconismo è lo sbocco ultimo di questo percorso: il prezzo che milioni di lavoratori e di giovani hanno pagato e pagano a questa politica suicida.

Ora si tratta davvero di voltare pagina. La lotta per rovesciare Berlusconi non può ripercorrere vecchi sentieri. Deve puntare a rovesciare la “democrazia” degli industriali e dei banchieri e realizzare la democrazia dei lavoratori: quella per cui si batterono, di fatto, le giovani generazioni partigiane.

Peraltro solo i metodi della sollevazione popolare possono davvero cacciare Berlusconi, aprendo la via ad un alternativa di società. Siamo di fronte al governo più reazionario che l'Italia abbia conosciuto dal 1960. Eppure le opposizioni liberali (PD,UDC)- attratte da Montezemolo e Marchionne- si limitano alle chiacchiere parlamentari, quando addirittura non salvano il governo col proprio voto ( come sulla guerra o il federalismo). E le sinistre cosiddette “radicali” ( Sel e Fds) continuano ad andar dietro ai liberali, nella speranza di qualche assessore o futuro ministro. Il risultato? Berlusconi non solo galleggia ma radicalizza, giorno dopo giorno, la propria arroganza reazionaria.

E' il momento di una svolta. Per questo il PCL si appella a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, e a tutto l'associazionismo democratico perchè si faccia “come in Tunisia e in Egitto”: perchè si esca dalla routine di una opposizione ordinaria e impotente e si avvii una mobilitazione straordinaria, radicale, prolungata,con una grande marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi che assedi i palazzi del potere e imponga a Berlusconi le dimissioni ( V. il Sito..).

La celebrazione del 25 Aprile va riaffidata alla forza delle masse: per una lotta che questa volta vada davvero sino in fondo.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Fabriano: il 25 aprile svuotato del suo significato!

 Fabriano, 25 aprile 2011

A tutti gli organi di stampa e informazione
della Regione Marche

COMUNICATO STAMPA:

Quest’anno le celebrazioni del 25 aprile a Fabriano sono state sacrificate in nome dell’accordo sottobanco tra le forze di destra e di sinistra che gestiscono la città.

La storica organizzazione dell’ANPI è stata all’ultimo momento sostituita di forza dal Comune e dal Sindaco che hanno “scippato” la direzione degli interventi all’Associazione dei Partigiani per garantire la presenza del Senatore Casoli del PDL.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, che da sempre difende la democrazia e la libertà di espressione, critica duramente la scelta di Sorci & co. Non perché il Sen. Casoli non abbia diritto di parola, ma perché ritiene del tutto fuori luogo che l’esponente di un partito, il PDL, in cui convivono detrattori della Costituzione italiana e neofascisti, razzisti e personaggi collusi con la malavita, debba impadronirsi della festa di Liberazione.

Esprimiamo inoltre solidarietà al Segretario dell’ANPI, Scortichini, la cui presenza sarà limitata ad un intervento dal palco. Invitiamo infine i lavoratori a recuperare il vero significato del 25 aprile: quello della rivolta popolare contro padroni e fascisti!

 
Con preghiera di massima diffusione

Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Provinciale Ancona

23/04/11

Facciamo come in Egitto e Tunisia

Osserviamo una mappa della situazione sociale di questo inizio 2011:

In rosso i paesi in cui sono scoppiate rivolte urbane contro i regimi polizieschi, parassitari e corrotti; in rosa i paesi in cui i regimi esistenti hanno promesso in via preventiva, per paura, riforme economiche e sociali; in viola i paesi europei in cui sono scoppiate recenti rivolte contro la mancanza di prospettiva, specie giovanile.


Intervento di Marco Ferrando (portavoce nazionale PCL) 

su "il manifesto" del 21/04/2011

Come volevasi dimostrare. Ogni giorno che passa conferma una volta di più sia l'ipocrisia delle cosiddette opposizioni parlamentari, sia l'illusione di una liquidazione giuridica del Cavaliere. Il Partito democratico ha letteralmente salvato il governo dalle sue contraddizioni votando prima la guerra in Libia (di cui anzi è primo condottiero), e poi il federalismo regionale di Bossi e Calderoli, col pubblico ringraziamento della Lega.

Parrallelamente il Sultano bonaparte trasforma le aule di tribunale in tribune comizianti: sino a mobilitare la propria base contro le opposizioni. Siamo al punto che il governo recita la parte dell'opposizione, e l'opposizione la parte del governo: col risultato che il governo (vero) sopravvive o addirittura si rafforza, e l'opposizione (finta) si condanna all'impotenza (pur di compiacere Bankitalia e attendere la sua investitura).

I lavoratori, i giovani, le donne, che hanno animato in questi mesi le piazze dell'opposizione sociale, non hanno nulla a che sparire con questo gioco suicida sulla loro pelle.

La verità è che possono contare solo sulle proprie forze. Prenderne coscienza e liberarsi da ogni illusione: questa è la loro necessità.

Perchè solo una grande spallata popolare può fare piazza pulita del governo Berlusconi, accantonare opposizioni farsa, aprire la via di un'alternativa vera, che sgombri il campo da sfruttamento, malaffare, xenofobia.

Per questo il PCL continua la propria campagna nazionale

“fare in Tunisia e in Egitto”: chiedendo con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dall'abbraccio paralizzante del Pd e di unire la propria forza in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere. Continueremo a portare questo appello in tutte le occasioni di confronto e in tutte le manifestazioni di massa: sociali, politiche, democratiche, contro la guerra.

Ovunque si respiri la volontà di svolta e di riscatto.

Il successo della nostra campagna, la quantità di adesioni in continua crescita che sta registrando, dimostra che un'avanguardia larga di lavoratori e di giovani è disposta a porre fine allo spirito di rassegnazione e cerca la via della ribellione sociale e politica. Il Partito Comunista dei Lavoratori non ha altro scopo che il loro. Ed è determinato ad andare sino in fondo.

18/04/11

Comunicato Stampa: lettera aperta ai consiglieri comunali di Cerreto D'Esi

A tutti gli organi di stampa e informazione
della Regione Marche



Più di un mese fa è comparsa la notizia, in alcuni quotidiani locali, che una palazzina di 14 appartamenti, nella disponibilità di un prestanome del clan camorristico dei Casalesi, è stata posta sotto sequestro a Cerreto d’Esi.

Questo coincide con una speculazione edilizia già denunciata nel nostro comune, abbiamo visto una negativa cementificazione del territorio dettata da un piano regolatore distante dalla reale progettualità che necessitano i comuni in questo particolare momento storico, decisivo per il futuro dell’intera collettività.

Visto il dilagare nel nostro territorio dell’emergenza abitativa direttamente correlate alla crisi occupazionale e all’incapacità da parte dell’istituzioni di fornire risposte concrete, chiediamo che le abitazioni sequestrate dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli, siano affidate al comune di Cerreto d’Esi il quale a sua volta si impegna a renderle fruibili per la collettività.

Assegnandone una parte (60-70%) come alloggio a canone sociale tramite bando come previsto dalla normativa regionale; la restante parte (30-40%) delle abitazioni dovrà essere gestita dal comune come alloggi di riserva da utilizzare per situazioni emergenziali.

Chiediamo ai consiglieri comunali di Cerreto d’Esi di aderire a questa proposta tramite contatto con i responsabili del Comitato Antisfratto Fabriano e del Partito Comunista dei Lavoratori con l’obbiettivo di proporre in consiglio comunale un odg da far approvare alla maggioranza del consiglio.

Con preghiera di massima diffusione

Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento provinciale Ancona
Info: pclancona@alice.it - www.marcherosse.blogspot.com


Comitato Antisfratto Fabriano
Info: pesareseska@hotmail.it 392/3062174
Lettera aperta del Partito Comunista dei Lavoratori e del Comitato Antisfratto di Fabriano sull' "emergenza casa" a Cerreto D'Esi

17/04/11

Pesaro: il PCL in ricordo di Vittorio Arrigoni

La sezione pesarese del Partito Comunista dei Lavoratori parteciperà al presidio di sabato 16 aprile, che si terrà in Piazza del Popolo dalle 16 alle 18, in ricordo di Vittorio Arrigoni, l'attivista filopalestinese barbaramente assassinato a Gaza. Le sue parole, la sua lotta ed il suo impegno concreto nellla difesa della causa del martoriato popolo palestinese sono sempre state un esempio di cui fare tesoro, e vogliamo per questo rendergli tutto il nostro omaggio. Nella tragedia palestinese si sostanzia una fetta evidente del crimine capitalista globale, e Vittorio, con il suo lavoro, ha cercato di metterlo in luce per squarciare quella barriera di avvilente, complice e criminale silenzio che avvolge il destino di un intero popolo. Al dolore che accompagna la tragica notizia non può però non aggiungersi la volontà di fare chiarezza (sebbene essa si riveli sistematicamente disattesa quando si parla di vicende riguardanti il popolo palestinese) sulle cause di una morte che sono ben lungi dall'essere chiare, tra rivendicazioni smentite e tempistiche molto sospette (con la Freedom Flotilla che si appresta nuovamente a bloccare il blocco navale imposto a Gaza da Israele). La nostra voce ci sarà comunque, sempre, per difendere la memoria di Vittorio, domani ed in tutti gli sviluppi che seguiranno questa vicenda.

Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione di Pesaro

16/04/11

VITTORIO ARRIGONI: L’ELIMINAZIONE “ESEMPLARE” DI UN TESTIMONE




L' analisi di Lucio Manisco


Giustificato nutrire non poche riserve sulle presunte motivazioni e sulle circostanze di un’esecuzione che tutto è stata fuorché un rapimento mirato ad ottenere la liberazione di “esponenti salafiti”. Vittorio Arrigoni non era un dirigente o un militante di Hamas, ma il testimone obiettivo e eloquente delle repressioni e degli eccidi israeliani nella Striscia di Gaza prima, durante e dopo l’operazione Piombo Fuso.

Prima facie, in attesa dell’esito degli interrogatori degli assassini e delle indagini, non è azzardato ipotizzare che si sia trattato dell’eliminazione esemplare e pilotata tramite terzi – balordi o estremisti fanatici – di un testimone unico e indipendente nell’imminenza di altre iniziative a favore del popolo palestinese, quali la partenza a maggio di una seconda flottiglia internazionale della pace diretta a Gaza.

Fuori dal contesto di questa barbarica esecuzione, e anche se irrilevante come ogni altra iniziativa della politica estera italiana, va ricordato che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato il solo capo di Governo Europeo ad accogliere la richiesta israeliana di ostacolare la nostra partecipazione alla flottiglia della pace e ad impegnarsi a bloccare la partenza della nave “Stefano Chiarini” con il suo carico di aiuti umanitari destinati al popolo martoriato della striscia di Gaza.

Lucio Manisco

 

UN BARBARO ASSASSINIO

Il sequestro e assassinio di Vittorio Arrigoni da parte delle squadracce più reazionarie dell'integralismo islamico a Gaza, è un autentica infamia. Tanto più perchè realizzato contro un compagno da sempre impegnato in prima linea, con la massima generosità e il massimo coraggio, al fianco del popolo palestinese contro i crimini del sionismo: crimini che Vittorio ha sempre denunciato e documentato contro ogni silenzio e complicità, sino a fare di questa denuncia una ragione di vita. Questo assassinio barbaro rafforza la nostra determinazione a lottare per la piena autodeterminazione del popolo palestinese, contro lo Stato sionista e contro ogni forma di panislamismo integralista. Ai familiari di Vittorio e a tutti i suoi compagni ed amici, a partire dalla redazione de Il Manifesto, il cordoglio più sentito e un forte abbraccio.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

12/04/11

Lotta agli sprechi, lotta di classe , per un programma rivoluzionario.

Brutto a dirsi, ma ad oggi l’unico spreco di questa sopravvivenza del capitalismo “siamo noi” proletari, lavoratori, precari, flessibili, atipici, etc.

Nelle statistiche lavoriamo 3 giorni l’anno e figuriamo come occupati, verrebbe da dire quasi a “contratto a tempo indeterminato”. Purtroppo, da molte riunioni bipartisan che il Governo ha fatto con il centrosinistra, né è venuto fuori che la parola “contratto a tempo indeterminato” è una parolaccia che deve essere abolita in nome del progresso che non ammette più certi privilegi. A questo punto dobbiamo notare la falsa propaganda di governo che si dilegua nei fatti, come “il cavallo di battaglia del Governo Berlusconi” che si basava soprattutto sulla diminuzione delle tasse che ad oggi risultano aumentate in sproposito pur raggiungendo la soglia dei quasi 2000 miliardi di debito pubblico. È molto sconcertante sentirsi definire "degli sprechi" che non vanno più bene a questa società che aumenta i suoi profitti capitalistici a livello globale lasciando l’economia reale del paese senza diritti e futuro, senza dignità e sgretola la coscienza politica dei lavoratori facendoli sembrare pochi, disuniti e senza nessuna possibilità di indignarsi, senza possibilità di rivincita e di vittoria.

La verità che tutti noi dobbiamo sapere e di cui prendere coscienza è che la “lotta agli sprechi” mira a finanziare lo spreco più grande: la tutela dei titoli di stato acquistati dalle banche attraverso la garanzia del versamento annuo alle banche di oltre 70 miliardi di interessi sul debito. Non è certo “un Governo dei lavoratori” che finanzia e garantisce le banche, ma è un “Governo borghese”, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, oppure sorretto dalla menzogna e dalla corruzione, con legami mafiosi e ogni specie di sottoprodotti del capitalismo, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori.

Mille cose ci sono da dire e denunciare, ma oggi che la storia mondiale ha posto all’ordine del giorno (cominciando dal Nord-Africa) di distruggere questi regimi, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, dovrebbe essere a conclusione di ogni pensiero di sinistra che guardi in prospettiva e nell’immediato: adottare un programma e un partito che sappia come fare una rivoluzione, un partito rivoluzionario che porti a compimento il bisogno del popolo e della stessa società, dove il proletariato, “stragrande” maggioranza della popolazione, abbia finalmente le leve del comando e non lasci ad una strettissima minoranza collusa con il dittatore di turno, o con i grandi e piccoli paesi imperialistici dell’occidente di cui l’Italia ne è una capostipite, il potere di vita e di morte sul resto della società.

Anche da noi in Italia, dove il movimento operaio e le classi subalterne vivono una situazione di grande difficoltà, per responsabilità delle loro direzioni, non si possono limitare al “parlamentarismo borghese”, alla democrazia borghese, ai partiti borghesi in generale. Eliminare la parola borghesia o celarne il carattere, sino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle “armi dello Stato borghese”. Questo significa tradire se stessi e il proletariato, tradire vergognosamente i lavoratori e passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia e come si diceva una volta, essere un traditore e un rinnegato.

Oggi, chi si shiera con il “Partito Comunista dei Lavoratori”, si schiera con quanto c’è ancora di più onesto e di realmente rivoluzionario. Da questa parte si schierano tutti gli elementi migliori e più convinti del proletariato, e “presto” ed è ciò per cui lavoriamo, si avvicineranno tutte le masse degli sfruttati che fremono di sdegno e sono sempre più pronte alla rivoluzione.

Dopo tutti i tradimenti delle politiche Bertinottistiche, oggi, ai sopravvissuti che non si schierano più e non fanno più distinzione di classe viene proposto un "nuovo miraggio". Sono stati comprati dalla borghesia (i bolscevichi li chiamavano “agenti della borghesia nel movimento operaio” e negli Stati Uniti li hanno ribattezzati “luogotenenti operai della classe capitalistica”).

Tra questi figurano i nuovi seguaci di SeL, i nuovi vendoliani, esitanti e privi di carattere, che cercano e tentano di conciliare l’inconciliabile, che mostrano di riconoscere l’ONU e le sue disposizioni di guerra, ma anche sufficientemente scaltri da apparire contrari alla guerra, che a parole sono “indipendenti” ma che di fatto dipendono per intero dalla grande borghesia e sono l’incarnazione della triste replica del bertinottismo, che votano contro il popolo e loro stessi ma per l’appunto allo stesso tempo portano le spillette della “pace”. Credo che la rivoluzione socialista passi loro sotto le gambe, ma che di fatto sono anche incapaci di capirla, continuando così a difendere quella cosa chiamata in generale ”democrazia” che però consiste nella democrazia borghese occidentale.

In ogni paese capitalistico, il lavoratore che riflette riconoscerà la situazione, ogni volta diversa in rapporto alle condizioni nazionali e storiche che le guerre imperialistiche e la globalizzazione odierna che stiamo vivendo in questo tempo impongono, che può portare, con un minimo di coscienza politica, all’inizio della rivoluzione proletaria mondiale, generando nel mondo intero correnti ideali e politiche omogenee.

Le situazioni, spesso molto complicate, non eliminano il fatto che a questo mondo esistano sempre gli oppressi e gli oppressori. Noi sosteniamo gli oppressi, quali che siano le loro contraddizioni e i loro limiti, per elevarli ed emanciparli, culturalmente ed economicamente. La rivoluzione cerca d’intervenire in ogni movimento degli oppressi per ricondurre le sue ragioni alla prospettiva della rivoluzione socialista su scala nazionale e internazionale.

Se vogliamo dare “futuro e progresso” a questa umanità, dobbiamo dedicarci agli interessi del proletariato e alla rivoluzione socialista, con sincerità e coerenza, portando nei fatti una lotta intransigente contro il capitalismo.

Fare in Italia come in Tunisia e in Egitto cacciando il governo Berlusconi per un governo dei Lavoratori.

Il capitalismo ha sfruttato tante di quelle generazioni che, noi con un po’ di onestà e coraggio possiamo impiegarne una per rimettere le cose ha posto!

Youri Venturelli
Partito Comunista dei Lavoratori
Sez.Ancona-Nucleo Montano

31/03/11

L'ATTUALITA' DELLA RIVOLUZIONE PERMANENTE


La rivoluzione permanente " trotskysta" affonda le sue radici- al contrario di quanto hanno scritto gli epigoni ignoranti staliniani - nel marxismo classico. Già nell'ultima parte del Manifesto del Partito Comunista Marx e Engels avevano avanzato l'idea che in Germania " il moto borghese sarà l'immediato preludio di una rivoluzione proletaria" Indubbiamente il pronostico sostenuto dei due fondatori del marxismo classico si è dimostrato negli eventi inesatto, ma metodologicamente, al contrario, va considerato valido e giusto. L'analisi di Marx e Engels si sviluppava su due aspetti, da una parte l'incidenza del contesto socio economico internazionale, dall'altro la maturità delle forze interne rispetto al livello raggiunto da altri paesi nel momento della rivoluzione borghese.

In sostanza in Marx si faceva chiara l'idea, poi ripresa da Trotsky e da Lenin, secondo cui una paese arretrato come, ad esempio, la Russia avrebbe potuto raggiungere il potere il proletariato senza passare per una tappa intermedia, ovvero non fermarsi alla rivoluzione borghese.

La cosiddetta "rivoluzione a tappe" vide tra i maggiori sostenitori i menscevichi Plechanov, Martov e Martynov, in seguito, dopo la morte di Lenin, anche Stalin ne fu fervente sostenitore. E’ stato proprio questo rimpasto di vecchio menscevismo della rivoluzione a “fasi storiche” , la teorica che ha inizio del secolo scorso si è opposta con maggior vigore alla Rivoluzione Permanente.

La rivoluzione cinese del 25 e del 27, ad esempio, vide la formulazione e l’ esecuzione esplicita della tattica della rivoluzione a tappe da parte di Stalin ( inserimento del PCC nel Kuomitang nazionalista) - in seguito negli anni 30 Stalin, non contento di tale disastro che portò al massacro di Shangai, ne diede anche una copertura ideologica, come padrone nei fatti dell'Internazionale Comunista. Tale copertura ideologica sfocio con i famigerati “fronti popolari”, tattica, ahimè, che ancora oggi ne subiamo le conseguenze e la sue applicazioni (il centro sinistra ne è una versione aggiornata). Non a caso, a riprova ulteriore di questo scelta dell’apparato staliniano, a capo della linea politica del PCUS stalinizzato in Cina, sempre durante la rivoluzione degli anni 20 in Cina, Stalin mise l'ex menscevico Martynov che non tradì la fiducia di Stalin strangolando la rivoluzione cinese e profetizzano la rivoluzione a tappe..

Tornando, cosa più interessante, alle radici della Rivoluzione Permanente di Trotsky vi è uno scritto ancor più esplicito del già citato Manifesto del Partito Comunista riguardante le basi marxiane della teoria di Trotsky è il testo "L'indirizzo della lega dei Comunisti" scritto dai fondatori del marxismo. " Mentre i piccoli borghesi democratici vogliono portare al più presto possibile la rivoluzione e realizzando tutt'al più le rivendicazioni di cui sopra è nostro interesse e nostro compito rendere permanente la rivoluzione sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello stato, sino a che l'associazione del proletariato non solo in un paese, ma in tutti i paesi dominanti del mondo si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra i proletariati di questi paesi e sino a che almeno le forze produttive decisive non siano tutte nelle mani del proletariato. IL loro ( classe operaia tedesca) grido di battaglia deve essere la rivoluzione in permanenza!"

Dunque in Trotsky esisteva una sponda una sorta di ancoraggio al marxismo classico nella sua formulazione teorica della Rivoluzione Permanente. Ma sarebbe un errore, un grave errore storico e dialettico, pensare che in Trotsky l’ analisi della Rivoluzione Permanente sia stato semplicemente il frutto di una declinazione meccanicista del marxismo classico. Trotsky da voce alle sue idea in un contesto storico particolare ove il dibattito e gli avvenimenti, in seno al movimento operaio, sono in piena evoluzione, in queste condizioni particolari Trotsky formula e aggiorna la teoria della Rivoluzione Permanente.

IN CHE COSA CONSISTE LA RIVOLUZIONE PERMANENTE

La teoria della Rivoluzione Permanente nasce nel 1905. Trotsky, con l’aiuto di Parvus, inizia a formulare tale teoria. Inizialmente il nome di come viene chiamata la Rivoluzione Permanente è Rivoluzione Ininterrotta, l’articolo di Trotsky che accenna a questa teoria appare sul Nacialo ( rivista del movimenti operaio russo) nel 1905. Ma di Rivoluzione in Permanenza aveva già parlato Lenin qualche tempo prima. Lenin spiegava la sua posizione , all’interno del dibattito politico della socialdemocrazia, e indicava la necessità di “non fermarsi a metà strada” e di passare “subito, nella misura della propria forza”,1 dalla rivoluzione democratico a quella socialista, quindi è in fieri anche il Lenin – come poi ci mostreranno i suoi testi : Lettere da Lontano e le Tesi di Aprile- il rifiuto di quella che era la rivoluzione a tappe.

Nel testo del 1905 Trotsky preme per il superamento tra programma minimo ( conquiste parziali del movimento operaio) e il programma massimo ( socialismo). Trotsky, con estrema chiarezza, pone idealmente la problematica permanentistica della rivoluzione al metodo del programma transitorio :

“ La posizione di’avanguardia della classe operaia nella lotta rivoluzionaria; il legame che si stabilisce fra lei e la compagna rivoluzionaria, il fascino con cui essa sottomette l’esercito; tutto la spinge inevitabilmente al potere. La piena vittoria della rivoluzione comporta la vittoria del proletariato. Questa vittoria ultima determina a sua volta l’ulteriore continuità della rivoluzione. IL proletariato attua i compiti fondamentali della democrazia e la logica della lotta immediata per il rafforzamento del dominio politico pone ad esso in un determinato momento problemi puramente socialisti. Tra programma minimo e programma massimo si stabilisce una continuità rivoluzionaria. Questo non significa un colpo, e neppure un giorno o un mese, ma un’intera epoca rivoluzionaria. Sarebbe cecità valutare in precedenza la durata di questa” 2

Nella teoria della rivoluzione permanente sono presenti un insieme di riflessioni che spaziano a 360’ nel metodo marxista.

Vi troviamo in questa teoria :

1) Per i paesi a sviluppo borghese ritardato e in particolare per i paesi semicoloniali e coloniali, la teoria della rivoluzione permanente significa che la soluzione vera e compiuta dei loro problemi di democrazia e liberazione nazionale non è concepibile se non per l’opera della dittatura del proletariato

2) La questione agraria e il ruolo dei contadini nei processi rivoluzionario

3) Qualunque siano le tappe del processi rivoluzionario nei vari paesi, l’alleanza rivoluzionaria del proletariato con i contadini è concepibile solo sotto la direzione del proletariato.

4) La vecchia formula della “ dittatura democratica del proletariato e dei contadini” è superata. Essa rifletteva, in modo algebrico, la situazione contingente del rapporto dei classe tra proletariato , contadini e forze borghesi. Ciò significa che la dittatura democratica del proletariato e dei contadini è concepibile solo come “ la dittatura del proletariato che trascini dietro di sé le masse contadine”.

5) La conquista del proletariato non termine alla rivoluzione proletaria, al contrario, non fa che inaugurarla.

6) La rivoluzione socialista non può giungere a compimento entro un quadro nazionale.

7) La teoria del socialismo in un paese solo- non solo è stata sconfitta dalla storia- è la sola che si opponga in modo del tutto conseguente alla teoria della rivoluzione permanente, dunque al socialismo internazionale e al marxismo rivoluzionario.

8) La teoria della Rivoluziona Permanente è anche il frutto dell’ineguale sviluppo economico e combinato dell’economia. IL marxismo rivoluzionario in particolar modo quello di inizio secolo scorso, ovvero quello spinto da Kautskij, si era formato sulla convinzione che le rivoluzioni socialiste fossero possibili in primo luogo ed esclusivamente nei paesi a capitalismo avanzato. Nei paesi arretrati, colonie, ecc. si presupponeva che ciò non fosse possibile se prima non sopraggiungesse la rivoluzione “democratica borghese” . La storia come la rivoluzione russa ha dimostrato è stato il contrario. Proprio su questo contrario, il continuo della rivoluzione sino alla presa del potere dal parte della classe operaia che si erige la Rivoluzione Permanente di Trotskij.

Se la borghesia, come ci insegna la storia anche recente, non può lasciarsi assimilare pacificamente dalla democrazia socialista, lo stato socialista non può dunque integrarsi nel sistema capitalista mondiale. Lo sviluppo pacifico di “ un paese solo” non è all’ ordine del giorno della storia, si preannunciano; una lunga serie di sconvolgimenti mondiali, si preannunciano guerre e rivoluzioni. Le tempeste sono inevitabile anche nella vita interna dell’ Urss…3

LA RIVOLUZIONE ARABA VIDIMAZIONE DELLA RIVOLUZIONE PERMANENTE

Dopo una dittatura pluridecennale il dittatore tunisino Ben Alì è fuggito dal paese lasciando le dimissione di capo del governo, simile sorte almeno negli effetti è toccata al dittatore egiziano Mubarak. Le proteste, in Tunisia, iniziate nel centro di Sidi Bouzid si sono allargate in poco tempo in tutto il paese. La protesta anti Ben Alì è stata un evento eccezionale, ha coinvolto vasti strati della popolazione tunisina, tra cui il movimento operaio. IL popolo tunisino, come quello egiziano, sono stufi della disoccupazione, dell’aumento verticale dei prezzi del pane e di prima necessità, stanchi di un regime corrotto, amministrativo, burocratico e poliziesco. I popoli tunisino e egiziano hanno fatto sentire la loro voce, hanno dimostrato il loro coraggio e hanno liberato il proprio paese dai rispettivi dittatori. Ma queste vittorie parziali del popolo tunisino ed egiziano, seppur importanti, non possono soddisfare le masse rivoluzionarie del Magreb. La questione centrale per tutte le rivoluzioni è che il potere post dittatura deve essere assunto dal proletariato. La caduta di un despota non rappresenta necessariamente il conseguimento della vittoria del mondo del lavoro.

Gli eventi del Magreb e non solo Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco, Libia, Siria ecc rappresentano un passaggio fondamentale per la diffusione del programma marxista rivoluzionario. Imboccato dalla teoria della Rivoluzione Permanente il programma comunista è l’unico che può rispondere alle esigenze di libertà delle singole popolazioni

L’Effetto domino delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto ha avuto ripercussioni in Libia e in altri stati, dobbiamo sostenere con tutte le forze i popoli in rivolta, sotto la guida del proletariato, che possono cacciare questi regimi e finalmente instaurare un sistema socialista.

LA RIVOLUZIONE A TAPPE ENNESIMO TRADIMENTO STALINISTA

Dopo decenni di tradimenti gli stalinisti ripetono ancora gli stessi errori che da sempre li hanno caratterizzati. Attratti dal potere come una sorta di calamita sono sempre disposti a pronarsi all’uomo potente di turno. In Tunisia, ad esempio, gli stalinisti tunisini guidati Amhed Ibrahim dopo aver in gran parte sostenuto l’ascesa del potere di Ben Alì del 1987 in contrapposizione al precedente despota Habib Bourguiba, hanno poi preso come passo in “avanti” il discorso di Ben Alì –prima della caduta- che prometteva riforme, infine non saturi di tutto ciò, il trogloditismo stalinista non ha mai fine, hanno gridato a gran voce un governo di unità nazionale, magari con la loro partecipazione…

In Libia, invece, le forze staliniane ( nella sua totalità, compresi i piccoli sostenitori europei) hanno visto e vedono il regime di Gheddafi progressista, come qualche anno fa vedevano e tutt’ora lo vedono come progressista il regime teocratico Iraniano, a motivare tale posizione sarebbero due aspetti. IL primo, tipico dell’analisi staliniane, è l’opposizione presunta che tali regime ( Iran e Libico) hanno fatto all’imperialismo statunitense. ( come se per un comunista vi fossero dei regimi borghesi progressisti…Sic!) . Secondo aspetto sarebbe caratterizzato, nell’analisi sempre “campista” degli stalinisti, dal fatto che la rivoluzione libica sia pagata , nei migliori casi imboccata dagli Usa e da altri imperialismi, quindi controrivoluzionaria. Insomma la solita storia , gli stalinisti pensano che la CIA o altri servizi segreti abbiamo comprato centinaia di migliaia di persone per fare una “rivoluzione” atlantista. Dunque vi sarebbe una sorta di stanza segreta ( negli USA, tanto segreta da far invidia alla serie televisiva X-Files) eteroguidata dagli imperialismi che a seconda dei propri interessi economici indica la strada alle masse “ controrivoluzionarie”, a suon di dollari, per il superamento dei regimi di turno…

Insomma gli stalinisti, questi si in modo meccanicistico e astorico continuano a battere la strada della “rivoluzione a tappe”. La prima di queste tappe dovrebbe secondo la loro logica una “transizione democratica” e solamente dopo in un futuro non meglio precisato si può pensare ( ma non lo fanno) ad una rivoluzione socialista. Non solo questo metodo è profondamente antileninista ( basti guardare il processo rivoluzionario in Russia del 1917 sotto la guida di Lenin e Trotsky), ma anche cieco storicamente. Nessuna rivoluzione è di per se eterna, le masse lottano per un miglioramento delle loro condizioni, ma senza un partito rivoluzionario la rivoluzione non può essere guidata alla presa del potere del proletariato. La borghesia in assenza di un vero Partito Comunista ( magari con l’aiuto dei partiti collaborazionisti e gli stalinisti di turno) riesce a riprendere fiato e in modo “ gattopardesco” a sostituire un regime borghese con un altro… Non fermarsi alle concessioni borghesi, ma continuare sino alla presa del potere. Questa deve essere la parola d’ordine nel Magreb

PER LA GUIDA RIVOLUZIONARIA DI UN VERO PARTITO COMUNISTA

Trotsky, dopo la prima rivoluzione Russa del 1905, scriveva che i soviet nascono solo in una fase rivoluzionaria. Nel 1905 i soviet nascono, in origine, come comitati di sciopero al servizio del proletariato così, seppur con i dovuti termini di paragone, in Tunisia sono nati in alcune zone comitati per la difesa diretti dai manifestanti contro gli attacchi polizieschi del regime.

Per questo- oggi più che mai- la costruzione di un'alternativa di direzione della rivoluzione, Tunisina, Egiziana e in particolar modo libica è e sarà posta sempre più il frutto dalla dinamica degli avvenimenti e delle parole d’ordine avanzate dalla classe operaia, gli avvenimenti, in Libia, hanno subito una forte accelerazione. Sono stati scossi dagli interessi dell’imperialismo francese e britannico in primis che si è affrettato a bombardare la Libia per tutelare i propri interessi economici.

Solo un partito rivoluzionario ( in Libia) e conseguentemente trotskysta può servirsi delle contraddizioni tra imperialismi occidentali e Gheddafi e porre all’ordine del giorno la rivoluzione socialista. Fondamentale per il proletariato libico sarà il rifiuto del “sostegno” dei vari imperialismi contro il regime Gheddafiano; una vera e propria illusione, una finta liberazione. .

Solo un partito rivoluzionario può assolvere alla complessità di questi compiti. Cacciare Gheddafi e l’imperialismo occidentale per una federazione socialista e laica del Magreb.

Eugenio Gemmo
Partito Comunista dei Lavoratori
Direzione Nazionale

Note
1 “ L’atteggiamento della socialdemocrazia verso il movimento contadino” OP. IX
2 “ Nacialo” n’ 10

26/03/11

L’accordo siglato alle Cartiere colpisce i diritti dei lavoratori

COMUNICATO STAMPA:


Il recente “verbale di accordo” siglato il 16 marzo per rinnovare l’integrativo del II livello di contrattazione per il triennio 2011-2013, è caratterizzato da un ideologia decisamente antioperaia.
Il Partito Comunista dei Lavoratori ritiene inaccettabile il tentativo congiunto della direzione aziendale e l’ R.S.U delle ex-Miliani volto a riversare sui lavoratori le contraddizioni sulla “non-gestione” della nostra storica azienda.
La richiesta del management delle Cartiere di voler mettere in discussione diritti acquisiti quali l’assenza per infortunio, la malattia e la legge 104, denota la volontà politica di colpire i diritti costituzionali e contrattuali di tutti i lavoratori.
Nel frattempo, oltre ad impedire una democratica consultazione tra gli operai, si evidenzia una preoccupante riduzione dei margini di guadagno. La responsabilità di tutto questo, per gli artefici del degrado aziendale causato dal sottogoverno nella gestione del personale, sono da attribuire solo ai lavoratori. Ma è solo un vergognoso scaricabarile che non possiamo accettare.

Con preghiera di massima diffusione

Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Provinciale Ancona

25/03/11

CONTRO L'INTERVENTO IMPERIALISTA, MA DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA

Né pacifisti, nè stalinisti.
Contro la guerra, da comunisti rivoluzionari

L'intervento imperialista in Libia, nel contesto della rivoluzione araba, fornisce uno spaccato illuminante di posizioni a confronto nella sinistra italiana.
Come PCL lavoriamo naturalmente per il più ampio fronte unico di forze contro l'intervento militare, a favore dello sviluppo di un vero movimento di massa . Ma dentro la costruzione del movimento riteniamo essenziale evitare ogni forma di rimozione politica delle divergenze esistenti. Sapendo che esse non riguardano solo un problema specifico di “politica internazionale” ma, in ultima analisi, la stessa natura dei programmi di fondo che si perseguono.
La “guerra di Libia” mette a confronto, in estrema sintesi, quattro posizioni diverse a sinistra.

QUATTRO POSIZIONI A CONFRONTO: INTERVENTISMO UMANITARIO, PACIFISMO, NEOSTALINISMO, MARXISMO RIVOLUZIONARIO

Una prima posizione si barcamena tra l'interventismo umanitario e il pacifismo. E' il caso di Nichi Vendola e di SEL. Si tratta di una posizione aperturista verso la risoluzione 1973 dell'ONU ( che ha aperto la via all'intervento armato), ma al tempo stesso formalmente “prudente”.. sull'uso delle armi. E' il tentativo di conciliare l'inconcialibile: l'imperialismo e l'attenzione umanitaria. Ma soprattutto la corsa al premierato del centrosinistra e i voti pacifisti. L'aspirante Premier del Centrosinistra deve mostrarsi sufficientemente “statista” da riconoscere l'Onu e le sue disposizioni di guerra, ma anche sufficientemente scaltro da apparire contrario alla guerra. Sufficientemente “responsabile” agli occhi di un PD che vota la guerra ( salvando Berlusconi), ma anche sufficientemente “pacifista” per insidiargli i voti. Siamo per l'appunto al triste replay del bertinottismo (voto alle missioni di guerra ma con la spilletta della “pace”), seppur mascherato oggi dall'assenza in Parlamento.
Una seconda posizione è di carattere “trattativista” pacifista. E' il caso della Federazione della Sinistra ( Diliberto Ferrero Salvi Patta). Si tratta di una posizione sicuramente contraria all'intervento di guerra in Libia, ma nel nome di una soluzione “diplomatica” del “contenzioso interno libico”. In altri termini di una soluzione di “pace” tra Gheddafi e gli insorti, o di una imprecisata “transizione democratica” assistita dalla “diplomazia internazionale”. E' una posizione che nel nome della “non violenza” o pone di fatto sullo stesso piano la violenza degli oppressori e la violenza degli oppressi , la rivoluzione libica e la controrivoluzione del regime; e/o ripropone l'eterna illusione su una possibile “neutralità” dell'Onu e delle istituzioni internazionali dell'imperialismo. Nel migliore dei casi, condanna formalmente la natura oppressiva del regime libico, ma non sostiene l'insurrezione armata per rovesciarlo. E' l'eterna riproposizione di un pacifismo al di sopra della storia e della realtà( tranne quando si ottengono ministeri e si votano le guerre imperialiste). Ma anche sufficientemente presentabile al centrosinistra e ai suoi salotti borghesi per cercare di non essere scaricati dalle alleanze elettorali amministrative e dalla auspicata “Alleanza democratica” col PD e la UDC, partiti di guerra.
Una terza posizione si attesta sul sostegno politico ( a volte critico, a volte no) a Gheddafi e al suo regime. E' il caso della composita area neostalinista italiana. Si tratta di una posizione fortemente contraria all'intervento imperialista- di cui denuncia anche correttamente finalità e ipocrisia- ma nel nome della difesa di un regime “antimperialista” e della sua tradizione, in perfetto allineamento con le posizioni di Chavez e di Castro. E' una posizione che non solo rimuove la realtà del regime confondendola con la sua propaganda, ma anche la realtà della rivoluzione, presentata come insorgenza tribale. Nella sua versione più ricercata e meno “gheddafista” ( Rete dei Comunisti) rappresenta la vicenda libica come una spiacevole guerra civile fra tribù, tra cui occorrerebbe mettere pace grazie a una intermediazione diplomatica di Stati (borghesi) arabi e africani. Nei fatti è la ricopiatura della proposta Chavez, interessato esclusivamente a salvaguardare le buone relazioni economiche e diplomatiche con Gheddafi ( come col regime iraniano). Si tratta della conferma di una posizione generale che sostituisce la storia reale della lotta di classe e delle lotte dei popoli oppressi con la relazione tra campi statuali: ieri la burocrazia dell'URSS, oggi più modestamente il regime bolivariano. La rivoluzione reale naturalmente , può aspettare, a vantaggio della sua (variabile) rappresentazione mitologica.
La quarta posizione è quella del marxismo rivoluzionario: che combina l'opposizione più radicale all'intervento imperialista col sostegno alla rivoluzione libica, nell'ambito della più generale rivoluzione araba. E' la posizione del Partito Comunista dei lavoratori. In quanto rivoluzionari, partiamo sempre dalla distinzione elementare tra oppressi ed oppressori, ad ogni latitudine del mondo. In quanto rivoluzionari sosteniamo ogni movimento degli oppressi contro gli oppressori, quali che siano le sue contraddizioni e i suoi limiti. In quanto rivoluzionari cerchiamo di intervenire in ogni movimento degli oppressi per ricondurre le sue ragioni alla prospettiva della rivoluzione socialista, su scala nazionale e internazionale. Questa è la base generale di definizione del nostro posizionamento nei processi storici reali e nelle loro dinamiche, spesso molto complicate. Questo è il nostro metodo d'approccio alla vicenda libica.

LE DIFFERENZE TRA LA RIVOLUZIONE LIBICA E LA RIVOLUZIONE TUNISINA ED EGIZIANA

La rivoluzione libica è un fatto reale, inseparabile nel suo stesso innesco dal processo più generale della rivoluzione araba, iniziato in Tunisia e in Egitto.
Certo la rivoluzione libica ha avuto ed ha una dinamica diversa da quella tunisina ed egiziana. Ma non perchè “il regime di Gheddafi non è poi tanto male”, “le masse libiche stanno meglio che in Tunisia e in Egitto”, ci sono forme di “democrazia popolare” ecc.ecc., come afferma, con involontaria e tragica ironia, la vulgata neostalinista. Ma per ragioni esattamente opposte.
Il regime di Gheddafi ha una natura ben più totalitaria e dispotica dei regimi di Ben Alì e Mubarak. In Tunisia e in Egitto regimi bonapartisti e corrotti tolleravano forme recintate di “opposizione” politica e una parziale dialettica sindacale, sia pur limitata e controllata. Ciò che ha favorito l'utilizzo di canali organizzati nell'ascesa rivoluzionaria (pensiamo al ruolo del sindacato Ugtt in Tunisia o ,in forma molto minore, dei sindacati indipendenti in Egitto). In Libia il regime ha ciclicamente eliminato manu militari ogni ombra di opposizione interna, ha espunto ogni spazio di dialettica sociale e sindacale, ha costruito una rete capillare di controllo sociale attraverso la polizia diffusa di regime ( i cosiddetti comitati rivoluzionari).
In Tunisia e in Egitto esistevano ed esistono eserciti nazionali potenti, certo più subordinati, nei loro vertici, all'imperialismo ma anche più esposti, nelle loro fila, al contagio popolare della pressione di massa. In Libia l'esercito nazionale ha avuto ed ha un corpo assai limitato, a fronte di una potentissima milizia privata del Raiss, come struttura separata di regime, largamente impermeabile alla società libica, e organicamente dipendente dalla famiglia Gheddafi. Cui si aggiunge una presenza di milizie mercenarie direttamente acquistate dal Colonnello in Centro Africa ( spesso con la significativa intermediazione sionista, come hanno documentato, non senza imbarazzo, il Messaggero e il Mattino).
In Tunisia e in Egitto, esisteva ed esiste una consistente classe operaia industriale autoctona, non a caso protagonista determinante in entrambi i casi del processo rivoluzionario. In Libia una classe operaia industriale libica è estremamente limitata : mentre è molto presente un proletariato d'importazione, proveniente da altri paesi arabi (Tunisia ed Egitto innanzitutto) ma anche dall'Asia, dal Sudan, dal Ciad, dal cuore dell'Africa nera, ridotto ad uno stato semischiavile ( con grande vantaggio per le “democratiche” aziende occidentali), e politicamente depotenziato dalla propria condizione.
E' sufficiente tutto questo per capire le maggiori difficoltà della rivoluzione libica, e le sue indubbie particolarità? Peraltro proprio questo contesto misura tanto il carattere eroico dell'insurrezione di Bengasi e in tante altre città della Cirenaica e della Tripolitania, quanto la sua immediata traduzione in contrapposizione militare e guerra civile ( col passaggio determinante di settori dell'esercito agli insorti). E viceversa: chi si ostina a negare l'esistenza di una rivoluzione popolare contrapponendole la categoria della “guerra civile”, non solo ignora la storia del rapporto tra guerre civili e rivoluzioni ( v. il nostro testo “dalla parte della rivoluzione libica”), ma rimuove la dinamica concreta di una vicenda libica in cui l'unica forma concreta di rivoluzione popolare- nella condizioni imposte dalla natura del regime- era esattamente la guerra civile. Per cui chi respinge inorridito la guerra civile in Libia di fatto respinge ..la rivoluzione popolare contro Gheddafi. Che è esattamente la conclusione degli stalinisti.
Né vale il riferimento alla cosiddetta “guerra tribale”, per negare la rivoluzione. Naturalmente in Libia è ben presente la vecchia rete tribale ed è indubbio che anche elementi tribali siano confluiti nella sollevazione popolare contro Gheddafi ( come del resto storicamente in numerosi movimenti di massa anticoloniali o di ribellione sociale, in particolare in Africa). Ma è totalmente falso, nel merito, ridurre l'insurrezione popolare al gioco tribale. In un certo senso è vero l'opposto. E stato il regime di Gheddafi ad aver largamente preservato la struttura tribale della società libica in funzione della propria autoconservazione, attraverso il rapporto diretto con i capi clan. Ed ancora oggi è Gheddafi ad appellarsi ai capi tribù per lanciare un appello di “pacificazione” contro la rivoluzione (v. la cosiddetta “marcia della riconciliazione”). Ed è invece proprio la rivoluzione popolare ad aver avuto un parziale effetto dissolvente e di scomposizione dei vecchi assetti tribali, coinvolgendo una gioventù ribelle largamente estranea alla tradizione, e unificando trasversalmente settori di massa della più diversa provenienza tribale attorno alla comune rivendicazione democratica del rovesciamento del regime. Peraltro la composizione del Consiglio della rivoluzione a Bengasi non segue affatto un criterio tribale, al punto da annoverare al proprio interno elementi della tribù di Gheddafi ( tribù Qadafi).

LE NECESSITA' PARTICOLARI DELL'INTERVENTO IMPERIALISTA IN LIBIA

Peraltro proprio la natura particolare del contesto libico spiega l'intervento militare delle potenze imperialiste. Non tutto è spiegabile semplicemente con le ricchezze petrolifere della Libia, che pur hanno un peso importante nelle scelte dell'imperialismo. Molto ha a che fare con la natura delle forze in gioco e della stessa guerra civile.
In Tunisia e soprattutto in Egitto, l'imperialismo aveva ed ha interessi enormi, sia di carattere economico, sia di natura strategica e militare. Eppure non ha mai neppure ipotizzato un intervento diretto. Per quale ragione? Sicuramente per l'imponenza di una sollevazione popolare che sconsigliava ogni avventura: tanto più in virtù del suo trascinamento, in varie forme, in tutta la nazione araba. Ma anche per un secondo fattore: il fatto che in entrambi i paesi e soprattutto in Egitto l'imperialismo disponeva e dispone di leve potenti nei rispettivi apparati statali ( in particolare militari) e di indubbi legami con parte delle leaderschip delle rivolte.
Questo fattore è o assente o assai ridotto in Libia. Il cuore dell'apparato militare libico è polizia privata di regime, data la tradizionale marginalità dell'esercito. La guida della rivoluzione ( Consiglio nazionale di transizione) è un coacervo improvvisato e semisconosciuto di elementi contraddittori e disparati ( ex ministri di Gheddafi, generali scissionisti, islamici, giovani blogger), senza legami organici pregressi con gli ambienti occidentali ( e tra loro). L'imperialismo non poteva affidarsi passivamente a questa leaderschip. Solo un intervento militare diretto poteva consentire all'imperialismo un entratura nella partita libica ( e per questa via un più ampio potere di condizionamento sull'intero quadro del Maghreb e della nazione araba in ebollizione, contro la rivoluzione libica ed araba). Il che naturalmente non risparmia all'imperialismo – come vediamo- lo scotto delle proprie contraddizioni interne circa la ripartizione della torta.
In questo quadro la nostra posizione è molto netta: siamo contro l'intervento militare imperialista- e innanzitutto del nostro imperialismo- ma dal versante della rivoluzione libica, non di Gheddafi o di un indistinta “pacificazione”( immaginabile solo se pilotata dall'imperialismo nei suoi propri interessi e contro la rivoluzione)

CONTRO L'IMPERIALISMO, MA DA RIVOLUZIONARI

“Ma come? Come fate a stare contro l'imperialismo e al tempo stesso dalla parte degli insorti che plaudono all'intervento imperialista”? L'obiezione sembra pertinente. E invece ignora la realtà e la complessità della rivoluzione. Peraltro non nuova nella storia: basti pensare, tra i tanti esempi disponibili, al rapporto tra insurrezione partigiana e truppe imperialiste “alleate” nell'Italia del 43-45 ( Dove la politica criminale di subordinazione del movimento partigiano al quadro nazionale e internazionale della “democrazia imperialista” e delle sue forze militari- imposto da Stalin e da Togliatti- certo non poteva motivare alcuna posizione neutrale o “pacifista” nella guerra civile antifascista: ma doveva essere semmai contrastata proprio nel nome dell'autonomia del movimento partigiano e dello sviluppo della rivoluzione socialista in Italia, in aperta contrapposizione agi imperialismi “democratici” ).
E' vero: a fronte di un rapporto di forze militari assolutamente impari, e segnati da una clamorosa impreparazione e disorganizzazione ( altro che complotto preordinato !) , non solo la leaderschip di Bengasi ma la stessa massa degli insorti libici ha salutato l'intervento imperialista come la propria salvezza: quella delle proprie famiglie, e, illusoriamente, della propria “rivoluzione”. Chi può francamente meravigliarsi di questo?
E' semmai importante notare che nei giorni iniziali dell'ascesa insurrezionale, la stessa direzione della rivolta e a maggior ragione il senso comune della sua base di massa, non solo non avevano invocato l'intervento occidentale, ma l'avevano ripetutamente e pubblicamente scongiurato: “La rivoluzione è nostra, non dello straniero”. Qualsiasi intervento occidentale era stato pubblicamente avversato. Ma quando la situazione al fronte si è complicata e poi capovolta, con l'avanzata travolgente della controrivoluzione, la disperazione ha indotto un atteggiamento diverso. Questo fatto chiarifica un punto d'analisi molto conteso. Non la fantomatica “preparazione orchestrata” della rivolta libica ( come vorrebbe la dietrologia stalinista) ma la sua assoluta improvvisazione e impreparazione militare e politica- unite all'assenza di un soccorso rivoluzionario egiziano e tunisino- ha aperto il varco all'inserimento imperialista. E questo intervento mira non al sostegno della rivoluzione- quali che siano le illusioni degli insorti- ma alla sua rimozione: condizione decisiva per recuperare un proprio controllo imperialista sulla Libia in funzione dei propri interessi ( tra loro contrastanti).
Questa situazione non solo non giustifica un disimpegno dal sostegno all'insurrezione libica ( in direzione della “pace” o di Gheddafi) ma suggerisce una politica esattamente opposta: un intervento di più marcato sostegno rivoluzionario alla rivoluzione libica, contrastando ogni tentativo di subordinarla agli interessi imperialisti, e spingendola verso un chiaro programma di democrazia conseguente e di emancipazione sociale.
Di più: solo questa svolta può preservare l'autonomia della rivoluzione libica dalle ingerenze imperialiste e consentire un rilancio della sollevazione popolare.

DARE UN PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO ALLA RIVOLUZIONE LIBICA

In primo luogo va posta l'esigenza di un sostegno militare agli insorti da parte della rivoluzione tunisina ed egiziana.
L'assenza di questo soccorso- riflesso dei limiti attuali delle rivoluzioni arabe e della natura delle loro direzioni- ha pesato enormemente sulla dinamica degli avvenimenti libici: favorendo sia l'intervento imperialista, sia l'appoggio a tale intervento da parte di ampi settori della rivoluzione. E' urgente una svolta, certo difficile, ma necessaria. Milioni di lavoratori e di giovani egiziani e tunisini guardano con favore la rivoluzione libica, vedendola ,giustamente, come un prolungamento della propria rivoluzione. Settori di soldati ed ufficiali democratici dell'esercito, sia in Tunisia che in Egitto, simpatizzano per gli insorti libici. L'esperienza degli aiuti umanitari lungo la frontiera tunisina, o episodi ripetuti di rifornimento informale di armi lungo la frontiera egiziana ( ormai aperta), sono al riguardo indicativi. Questa disponibilità va raccolta e organizzata a livello più alto. I rivoluzionari tunisini ed egiziani, le sinistre coerentemente democratiche in entrambi i paesi, possono rivendicare la formazione di “brigate internazionali arabe” a sostegno degli insorti libici, il loro addestramento, rifornimento, inquadramento militare, col coinvolgimento indispensabile di quadri militari dei rispettivi eserciti. E' una rivendicazione che sarebbe duramente osteggiata dai governi nazionali borghesi di Tunisia ed Egitto, e ancor più dall'imperialismo. Ma troverebbe ampio ascolto in migliaia di giovani, rafforzerebbe la coscienza internazionale della rivoluzione araba, incoraggerebbe nella stessa Libia quei settori della rivoluzione che diffidano dell'intervento imperialista ma non vedono una prospettiva alternativa.
Ma un secondo aspetto è decisivo: una svolta coerentemente democratica e sociale nel programma della rivoluzione libica.
Lenin e Trotsky hanno sottolineato in molte occasioni non solo che la rivoluzione può trascrescere in guerra civile, ma che la guerra civile può vincere solo coi metodi e i programmi della rivoluzione. Così fu, a positivo, in URSS, negli anni di guerra civile successivi alla rivoluzione d'Ottobre, quando la bandiera dell'esproprio dei latifondisti e della distribuzione della terra ai contadini fu decisiva per indebolire le retrovie sociali della controrivoluzione e preparare la vittoria dell'esercito rosso. Fu così, a negativo, nella guerra civile spagnola del 36-39, dove la politica controrivoluzionaria dello stalinismo, che bloccò la rivoluzione sociale spagnola reprimendo ferocemente i rivoluzionari, fu il principale fattore della vittoria del generale Franco. In ogni caso l'intera storia delle guerre civili insegna che il peso delle rivendicazioni e delle bandiere sociali costituisce un fattore di prim'ordine sullo stesso terreno dei rapporti di forza militari. Perchè in Libia dovrebbe essere diversamente?
L'insurrezione di Bengasi non ha futuro se non si estende alla Tripolitania, riprendendo la sua marcia in avanti. Ma difficilmente potrà riprendere in Tripolitania se non coniuga la forza delle armi con un messaggio rivoluzionario comprensibile e mobilitante agli occhi del popolo libico, dei suoi settori incerti ed oscillanti, o addirittura di quelli ancora influenzati e confusi dalla propaganda del regime.
Ciò vale intanto sullo stesso terreno democratico. Ad esempio,la chiara rivendicazione di una Assemblea costituente libera e sovrana, con suffragio universale dai 18 anni; come la rivendicazione di piena eguaglianza e libertà per le donne libiche ,a partire dal loro diritto al lavoro, ( contro il segregazionismo reazionario del Libro Verde) potrebbero esercitare una forte attrazione su più vasti settori di massa della gioventù, e contribuire a rompere e disgregare le obbedienze tribali di clan, a tutto vantaggio della rivoluzione.
Ma ciò vale ancor più sul terreno sociale. Alcuni esempi.
Il regime familistico di Gheddafi ha investito le ricchezze del petrolio libico in enormi possedimenti finanziari in occidente, che l'imperialismo vuole congelare nei suoi propri interessi. La rivendicazione del ritiro dei fondi sovrani libici all'estero per la loro distribuzione al popolo libico ( sotto forma di indennità di disoccupazione, di servizi sociali , di migliori stipendi..)sarebbe non solo un atto elementare di giustizia, ma una bandiera popolare da agitare contro il regime ( e contro l'imperialismo).
Il regime di Gheddafi ha ceduto all'imperialismo lo sfruttamento delle risorse libiche con contratti spesso favorevoli all'occidente e a danno degli interessi del popolo libico ( lo stesso trattato di amicizia con l'imperialismo italiano è al riguardo esemplare). La rivendicazione del pieno recupero al popolo libico delle sue risorse e la ridefinizione sotto controllo popolare degli eventuali rapporti con compagnie straniere, rappresenterebbe uno straordinario fattore di consenso alla rivoluzione e di disarmo della demagogia “antimperialistica” del regime.
Il regime di Gheddafi ha svenduto a centinaia di aziende straniere una manodopera semischiavile importata dall'Africa e dall'Asia: sono settori proletari oggi abbandonati dai loro padroni a seguito della chiusura di molte aziende e spinti alla fuga disperata in Tunisia in assenza di ogni altra prospettiva. Una rivendicazione di esproprio delle aziende straniere, di riorganizzazione della loro produzione sotto controllo popolare, di conseguente garanzia del posto di lavoro per i proletari oggi espulsi o minacciati, potrebbe attrarre dalla parte della rivoluzione un settore sociale prezioso, e oltretutto concentrato soprattutto in Tripolitania.
Il regime di Gheddafi ha mantenuto settori di latifondo agrario nelle mani di vecchi clan tribali o di proprietà straniere. La rivendicazione del loro esproprio e di una radicale redistribuzione della terra avrebbe un effetto importante di richiamo su settori di massa contadini, spesso ancora legati al regime per via della mediazione tribale.
Si potrebbe continuare. Ma il cuore del problema è uno solo: una radicalizzazione sociale dell'insurrezione militare potrebbe incidere straordinariamente sui rapporti di forza complessivi e dunque sull'esito della guerra civile. La lotta per una prospettiva di governo dei lavoratori e delle masse povere delle città e delle campagne in Libia non è solo il coronamento naturale di un programma democratico e sociale conseguente che solamente un governo popolare può realizzare; ma è anche una bandiera incorporata allo stesso sviluppo della rivoluzione libica.

PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.
PER LA COSTRUZIONE DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO

Il risvolto naturale di questa impostazione è una linea di assoluta indipendenza della rivoluzione libica dall'imperialismo e dalle sue interessate ingerenze.
L'operazione delle potenze imperialiste- in feroce sgomitamento tra loro- è subordinare progressivamente la rivoluzione libica ai propri interessi. A partire da un disegno di progressiva assimilazione e integrazione della leaderschip della rivolta. L'intervento militare è cinicamente utilizzato come fattore di condizionamento politico. La rete crescente di contatti, incontri, relazioni, tra le (diverse) diplomazie imperialiste e singole personalità del Consiglio di Bengasi- con naturale precedenza ai vecchi transfughi dall'apparato di regime e agli alti quadri militari passati con la rivoluzione- ha una finalità politica scoperta: non solo uno scopo di conoscenza e verifica, ma uno scopo di coinvolgimento del gruppo di comando dell'insurrezione nella soluzione politica filoimperialista della crisi libica. Sia che essa passi per una mediazione col vecchio regime ( come vorrebbe ad oggi l'Italia) sia che essa passi per la ricostruzione dell'apparato statale e la ridefinizione delle sue relazioni economiche e politiche internazionali ( come vorrebbe la Francia). In ogni caso è decisivo amputare la rivoluzione di ogni autonomia politica, e tanto più di ogni velleità antimperialista.
Una parte importante della leaderschip di Bengasi è più che sensibile a questo richiamo. Ed è naturale. Una sollevazione insurrezionale non si sceglie la propria direzione. Ex ministri di Gheddafi e vecchi comandanti del suo esercito non hanno mutato il proprio profilo per il solo fatto di aver cambiato la collocazione di campo. Il tentativo di mostrarsi a questa o quell'altra potenza imperialista come possibile carta di ricambio su cui investire attenzioni e favori, è già operante: in particolare in direzione della Francia. E quanto più si prolunga e struttura l'intervento militare imperialista in Libia tanto più questa operazione può approfondirsi e consolidarsi. A tutto danno della rivoluzione libica, e ,di riflesso, della rivoluzione araba.
Per questo, la costruzione di un'alternativa di direzione della rivoluzione libica è e sarà posta sempre più dalla dinamica degli avvenimenti.
E può essere selezionata solamente da una politica coerentemente rivoluzionaria. Che sappia utilizzare, nel suo proprio interesse, le contraddizioni tra imperialisti e Gheddafi; ma che rifiuti e contrasti ogni subordinazione della rivoluzione agli imperialisti; combatta ogni illusione verso l'imperialismo all'interno delle masse; si opponga alle tendenze filoimperialiste interne all'attuale direzione; coniughi l'impegno militare in prima linea con l'avanzamento di un programma di mobilitazione rivoluzionaria e di autorganizzazione democratica delle masse; inquadri lo sviluppo della rivoluzione libica dentro il processo più generale della rivoluzione araba. Solo un partito rivoluzionario può assolvere alla complessità di questi compiti.

LA RIVOLUZIONE ARABA COME SCUOLA DI FORMAZIONE

L'esigenza di costruire un partito rivoluzionario, già sollevata dalla rivoluzione tunisina ed egiziana, si conferma dunque nel modo più clamoroso nel contesto della rivoluzione libica. Più in generale, l'intero corso dell'ascesa rivoluzionaria nella nazione araba, l'estendersi del suo contagio in Yemen, le sue prime manifestazioni in Siria, pongono ovunque la questione della costruzione di partiti rivoluzionari e dell'internazionale rivoluzionaria, non come tema accademico ma come necessità politica obiettiva. Lo scarto enorme tra la dinamica accelerata dei processi rivoluzionari nel mondo arabo e il ritardo storico nella costruzione di partiti marxisti rivoluzionari in quelle terre, dopo i disastri compiuti dallo stalinismo, deve motivare un impegno straordinario di lavoro in quella direzione. Di certo la rivoluzione araba, nelle sue varie espressioni e articolazioni, si configura sempre più come un terreno formidabile di formazione politica per i giovani rivoluzionari di tutto il mondo, e per la battaglia politica e programmatica del marxismo rivoluzionario. Anche nei paesi imperialisti, anche in Italia. Di certo il Partito Comunista dei Lavoratori, come partito militante, incorporerà l'esperienza della rivoluzione araba dentro il processo della propria costruzione.

MARCO FERRANDO
Partito Comunista dei Lavoratori
Portavoce Nazionale